Il pozzo e la tomba / 1

La riesumazione di un corpus come quello delle opere del ciclo cormaniano dedicato ad Edgar Allan Poe è una operazione in bilico tra l’archeologia (è inevitabile percepire questi "oggetti" come figli di tempi cinematografici oggi remotissimi), la cinefilia e la necrofilia (due zone d’ombra sempre pericolosamente border-line l’una con l’altra). Otto film in tutto. Forse è il caso di citarli, nel loro titolo originale  e nella traduzione spesso molto diversa delle uscite nel nostro paese. “The Fall of the House of Usher” (“I vivi e i morti”), 1960. "The Pit and the Pendulum” (“Il pozzo e il pendolo”), 1961. The Premature Burial” (“Sepolto vivo"), 1962. “Tales of Terror” (“I racconti del terrore”), 1962. “The Raven” (“I maghi del terrore"), 1963. “The Haunted Palace” (“La città dei mostri"), 1963. “The Masque of the Red Death” (“La maschera della morte rossa"), 1964. “The Tomb of Ligeia” (“La tomba di Ligeia”), 1965. Quasi tutti, eccetto “Il sepolto vivo” (con un memorabile Ray Milland),  illuminati e nobilitati dalla enorme presenza di Vincent Price.

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Pellicole/casse coperte da pesanti coltri di polvere e infestate dalle regnatele. Sbiadite, offuscate, elise da una specie di rimozione freudiana che le ha rese inaccessibili. Introvabili, fantasmatiche, scomparse. Eppure una volta riportate alla luce  capaci di ipnotizzare/mesmerizzare lo sguardo conducendo i sensi dentro una visione alterata, instabile, distorta della psiche umana. Un vero e proprio "vaso di Pandora", con il coperchio posto a nascondere traumi rimossi, ricordi sconvolgenti, torture terribili, esperienze di pura allucinazione. E letteralmente ognuno di questi film ha subito nel suo atroce destino filmico un premature burial. Crollato sotto le sue stesse rovine prima ancora di essere finito, spesso ridotto in cenere da un (provvidenziale) incendio, ogni film del ciclo è stato come rapidamente seppellito da quello successivo, nei ritmi produttivi esagitati della factory cormaniana. Subito accantonato, superato da una nuova genesi. Distruzione fisica, scenografica che è chiaro rimando ad un altro tipo di “caduta”. Come ha sottolineato Enrico Ghezzi, nei film del ciclo Corman-Poe «La distruzione finale del set è indice di una distruzione dell’orizzonte del senso, di un continuo azzeramento, di una cesura a ribadire quello che il fumo/nebbia dominante e quasi sempre inesplicabile, e comunque inesplicabile in ogni film, sottolinea in ogni film: la narrazione è essa stessa un velo, il primo di molti veli, tutt’altro che un "valore" in sé”.».

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Il passaggio da una condizione oggettivata (su pellicola) di vita ad uno status fluttuante ed ectoplasmico di non-esistenza amnesica. E proprio nella disturbante, pervicace profondità (e radicale serietà) “fino alla fine” dei film di Roger Corman forse la più grande differenza con il cinema di un altro grande maestro dell’oscuro, suo coevo. Mario Bava nel cercare di raggiungere lo stesso effetto di disturbo, suggestione e spavento percorreva la strada della dissimulata dissacrazione cedendo spesso il passo all’ironia beffarda, in nome di una assoluta padronanza tecnica del mezzo cinematografico. Corman maneggiando l’opera di Edgar Allan Poe ha fedelmente riproposto nei suoi film lo stesso tessuto emozionale che caratterizzava l’opera letteraria (tradita di contro, molto spesso stravolta, nelle sue caratteristiche narrative). Aggrappandosi alla inevitabile e necessaria (in)fedeltà al “testo”, e giovandosi spesso di ottime sceneggiature (come quelle di Robert Towne per “Ligeia” o di Richard Matheson per “Il pozzo e il pendolo”), Corman ha compiuto un passo nel delirio per certi versi più deciso rispetto a quelli che negli stessi anni muoveva il suo coevo italiano. Per i reciproci rapporti che possono intravedersi tra le loro due filmografie si è usato il termine “impollinazione”. Forse sarebbe più giusto pensare ad un complesso gioco di specchi deformanti. Finiti in frantumi. Difficilissimi da ricomporre, ma in grado di regalarci molto di più (e molto di meglio) che 7 anni di guai.

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