Sight & Sound

“Quando pensi ai più grandi momenti di un film, credo che quasi sempre sceglierai quelli che hanno a che fare con le immagini piuttosto che con le scene, e di certo mai quelli incentrati sulle parole. Ciò che un film fa meglio è utilizzare le immagini con la musica, e credo che questi siano i momenti che si ricorderanno.” Stanley Kubrick

N.B. Quella che segue non è una top10. E’ da considerarsi il frutto di una raccolta: una collezione di frammenti audiovisivi. I primi 10 che consapevolmente affiorano alla memoria e si offrono alla catalogazione. Scelti quindi in base a criteri di pura persistenza. E se a resistere è sempre e solo quello che si ama di più probabilmente si tratta di 10 frammenti d’amore.

“Quintet”

In un imprecisato futuro, su un pianeta sconvolto da imponenti glaciazioni, un’umanità sull’orlo del collasso trascorre i giorni che la separano dalla definitiva estinzione giocando ad uno strano gioco dalle regole oscure ed enigmatiche: Quintet. Cinque giocatori mediante lanci di dadi si rincorrono su una pedana di forma pentagonale, sterminandosi a vicenda. Il sopravvissuto dei cinque sfida un sesto uomo, estratto a sorte ad inizio partita, ed emblema della imponderabilità assoluta sotto la quale i giocatori accettano di porre le loro esistenze. Il tutto si svolge sotto gli occhi di un misterioso jus dicente, vero e proprio incontestabile arbiter del gioco. La partita si conclude sempre con un solo superstite, l’unico giocatore riuscito a sfuggire agli attacchi degli avversari nonchè l’unico riuscito ad eliminarli quando le regole del gioco lo avessero richiesto. In premio il brivido di sentirsi vivi, mai tanto intenso quanto nell’attimo immediatamente successivo ad una morte di poco sfiorata.  Pervaso dal riferimento continuo a complesse numerologie e astrazioni geometriche, e innestato su una struttura che lo avvicina a "La decima vittima" di Elio Petri, è forse uno dei film più oscuri, grevi e pessimisti di tutta la filmografia altmaniana. Se altrove il lucido disincanto di Robert Altman verso le magnifiche sorti  e progressive dell’umanità si stempera nell’acre ironia, in "Quintet" il pessimismo più cupo e radicale sembra costituire lo sfondo di un gioco di specchi e rifrazioni che non contempla tra le sue regole il ricorso al sorriso dissimulato. Pezzi di cinema, come tessere di un mosaico letteralmente mai visto, giocano la loro partita in Quintet, incorniciati all’interno di un impianto registico e scenografico (le strutture dismesse dell’esposizione internazionale di Montreal del 1967) di rara complessità. La visione periferica del caldo cine-occhio altmaniano, immersa nell’algido rigore del film, è appannata per tutta la sua durata, relegando le porzioni più esterne di ogni fotogramma al limbo di una percezione sfocata e distante. Al centro del fotogramma, dove la messa a fuoco vince la sua sfida contro la glaciale cristallizzazione altrove imperante, si gioca la partita di "Quintet". Se Paul Newman rappresenta in qualche modo l’alter ego stesso di Altman e del suo cinema, intorno a lui, in una intricata allegoria di citazioni e omicidi incrociati, si agitano spettri bergmaniani (Bibi Andersson), fantasmi bunueliani (Fernando Rey) e persino santi incarnati dentro maschere latine (Vittorio Gassman). Cinema che sopravvive ad altro cinema uccidendolo. E che assorbe nelle sue regole e nel suo distopico meccanismo di arbitraria fictionality chiunque prova a forzarne gli schemi di comprensione/partecipazione.

“Bufalo Bill e gli Indiani”

Life and times of William F. Cody, in arte Bufalo Bill, secondo Robert Altman. Lezione di storia e lezione di cinema, vergata con mano felicissima da uno dei più efferati de-costruttori di miti del Grande Paese. La storia del selvaggio west è un circo rutilante, una mediocre rappresentazione grondante retorica patriottica, razzismo e deja-vu. Cowboys e visi pallidi una sgangherata armata brancaleone di guitti da quattro soldi. Gli indiani invece sono quelli veri, quei (pochi) scampati al genocidio. Ridotti in catene e e privati della loro dignità di uomini. A cominciare dal leggendario Toro Seduto, autore dell’assassinio del generale Custer e "visione" sfuggente con cui bisogna, necessariamente, fare i conti. Un meraviglioso Paul Newman è il Bufalo Bill che non si era mai visto prima. Burt Lancaster, nell’ombra, è l’uomo che ne ha costruito, quasi per caso, fortuna e mitologia. «Un mito manipolato. Come tutti i miti della storia in ogni epoca e in ogni sistema. I miti a cosa servono? A coprire, a giustificare, a dare verità "ufficiali"… E’ semplice. Muovendosi verso l’Ovest, cavalcando verso i propri interessi, i pionieri non avevano che un’arma: far fuori i tenutari di quelle terre. Però a chi era rimasto a casa che raccontavano? Raccontavano di assalti, di massacri, di tradimenti? No, l’onore andava salvaguardato. Gli assalti, i massacri e i tradimenti andavano subiti, non compiuti… In altre parole, Bufalo Bill è uno che sa sparare e stare in sella come tutti, dati i tempi. E quando lo scritturano in un circo e diventa attore… Eh, bè, è così bello, così biondo, così "americano" che costruirgli addosso il mito diventa facile. Bufalo Bill è la prima star del sistema: da una parte la sua perfezione, dall’altra la rappresentazione degli indiani tutti scotennatori, stupratori e alcolizzati. Bufalo Bill viene spedito dovunque, anche in Europa, anche dal papa, anche dalla regina Vittoria, a difendere un falso eroismo di comodo e nascondere una poco onorevole verità… A esaltare il razzismo altrui, anche, più del proprio: lui è solo una vittima, i "cattivi" in realtà sono gli altri, tutti quelli che lo vanno ad applaudire placando la loro sete di superiorità e crogiolandosi nell’apparente sua superiorità… I miti sono dannosi sempre e dovunque. Perchè mascherano la verità. Perchè finiscono per inquinare l’intera cultura di un paese… Sono soprattutto i giovani che tentano di rincorrerli. Diventando altrettanto vuoti e altrettanto falsi, se ci riescono…» Robert Altman dixit.

Sul film nella sua versione europea si abbattè la mannaia dei tagli operati dal produttore Dino De Laurentis, che accorciarono il film di quasi 30 minuti. La pellicola fu presentata, mutilata, a Berlino, riuscendo a conquistare un Orso d’Oro. Ma il riconoscimento che ad Altman più fece piacere, per il suo Bufalo Bill, fu probabilmenye un altro. «Sa qual’è la cosa più incoraggiante, cinematograficamente parlando? Che una rivista scolastica, 17 milioni di copie, un pubblico di ragazzini sotto i 13 anni, ha premiato Bufalo Bill, che è l’antitesi del western tradizionale, per un solo merito: perchè ha distrutto un mito insopportabile… Non è incoraggiante che i più giovani preferiscano la verità al mito?… Guardi che i produttori raramente capiscono che cosa ne verrà fuori, da un’idea… Erano convinti che Nashville fosse un film sulla musica country, e Bufalo Bill una storia di indiani… Per quanto mi riguarda io non mento loro: lascio che si mentano da soli, semmai.»

“Il dottor T e le donne”

Complesso il mestiere di vivere, decisamente. Ancora più complesso è forse il mestiere di far nascere, quello del ginecologo. Chi scrive conosce benissimo la categoria per ragioni familiari: orario continuato, corse in ospedale, ansie e paure da sedare quotidianamente, due pazienti da gestire in contemporanea. Il ginecologo di sesso maschile, poi, appartiene ad una tipologia antropologica a sè stante. Invidiato dagli altri esponenti del cosiddetto sesso forte per una (presunta) maggiore facilità di approccio nei confronti del gentil sesso, guardato con sfumature che vanno dalla venerazione al disprezzo (passando per la diffidenza e per la più cieca abnegazione) dalle sue pazienti, questo particolare tipo di camice bianco è quindi un essere per sua natura votato in qualche modo al martirio. Robert Altman, in uno dei suoi ultimi film, ha scelto questo privilegiato punto di osservazione (quello di un medico delle donne) per tracciare un affettuoso, sarcastico, divertente e divertito omaggio all’altra metà del cielo in tutte le sue infinite e policrome sfaccettature. Ancora il tipico brulicare di vite e di voci sovrapposte tipicamente altmaniano, ancora un serraglio di personaggi straordinari, ancora una commedia corale (questa volta “quasi” tutta in rosa) costruita con ineccepibile maestria, ancora una meravigliosa lezione di stile. Dopo tutti i film americani degli ultimi tempi che hanno fatto scorrere davanti ai nostri occhi fiumi di sangue e fiumi di violenza, tornare a frequentare il cinema del maestro di “Nashville” e “America Oggi” (di cui sentiamo terribilmente la mancanza) è come respirare una boccata d’aria primaverile dopo aver sperimentato i rigori di un gelido inverno: salutare e necessario.

Fortunatamente la nostra vita di tutti i giorni non è sempre fatta di pistolettate o crani perforati. Molto più spesso sono le paure, le ansie, le piccole (grandi) nevrosi quotidiane a farci soffrire. E Robert Altman è uno che ha sempre saputo trarre il massimo da piccole storie di ordinaria follia, da quadretti familiari apparentemente idilliaci che celano sotto le loro superfici smaltate sacche di sofferenza e di solitudine, da situazioni assurde e grottesche che la vita (prima ancora che il cinema) spesso si diverte a sceneggiare ai nostri danni. Uno sguardo disilluso, ironico, sensibilissimo e profondamente umano quello del grande Maestro. Ancora più affettuoso quando davanti alla sua macchina da presa sfilano una serie di memorabili personaggi femminili, tretteggiati con comprensione e tenerezza. Farrah Fawcett, moglie in preda al complesso di Estia regredita improvvisamente ad uno stadio di virginale candore. Laura Dern, svampita zia con chiassosa prole (tutta rigorosamente femminile) al seguito. Helen Hunt, la donna perfetta per cui vale la pena di perdere la testa. E poi Liv Tyler, Shelley Long, Tara Reid. Confuso, smarrito, travolto da un ciclone rosa il povero Dottor T (un ottimo Richard Gere). Le donne sono il suo mestiere: le ama, le rispetta profondamente, ma forse non riesce a capirle fino in fondo. Missione forse impossibile, forse pura utopia: una di quelle utopie per cui vale la pena vivere però. Almeno fino a quando non si è definitivamente travolti dagli elementi. Sulle splendide note della chitarra di Lyle Lovett si compie la sua morte e la sua resurrezione, durante un temporale texano. Ad attenderlo un’altra nascita, in un finale surreale e sorridente, di frontiera.

 

[****]

Ipse dixit: Robert Altman su “Radio America”

In Radio America si direbbe che l’imperativo «The Show Must Go On» si sia ribaltato nel suo opposto. Una delle principali trasmissioni statunitensi non solo è a rischio di interruzione, ma la detective-story che ne deriva (la detective-story sui generis, intendiamo) porta a soluzioni impreviste, addirittura irrazionali o perfino metafisiche, fra colpi di scena e angeli discesi dal cielo…
ALTMAN
– L’idea che il pluriennale show di Garrison Keillor, A Prairie Home Companion, che nel film è condotto “in diretta” da Garrison Keillor in persona, sia arrivato alla sua ultima puntata, e che insomma un intero coro d’attori e cantanti, vecchie e nuove glorie, si guardino in faccia per dirsi «Questa se-ra è l’ultima», mi sembrava essere – cinematograficamente parlando – un ottimo punto di partenza. Vi è sì un detective, chiamato Guy Noir, in omaggio ai vecchi tempi del cinema, gente del tipo Cary Grant e simili, ha presente? Guy Noir è interpretato da Kevin Kline, pare uscito dagli Anni Quaranta, dicevo, e ha un modo classico, a volte esilarante, di ficcare il naso per investigare. E lo spettatore si chiede: «È un personaggio dello show anche lui o è lì per capire super partes perché lo show non deve continuare?» Vi sono poi gli artisti on the air, che reprimono l’emozione di chi non sa perché il palcoscenico dovrà calare, e che continuano come se nulla fosse… almeno ci provano, a vivere come se nulla fosse, il che non è certo cosa facile.

I numeri “in scena” sono straordinari, quasi un film nel film.
ALTMAN – Proprio così. I loro nomi sono curiosi e divertenti, e vanno dal duetto Yolanda e Rhonda Johnson [le meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin, ndr] al duetto Dusty & Lefty [Woody Harrelson e il sorprendente John C. Reilly, ndr]. C’è poi uno strano exploit come l’esibizione della figlia di Yolanda, Lola, che è interpretata da Lindsay Lohan, e quasi anticipa il tema della morte nella sua canzone. Tutto deve finire, sì, ma la vita sembra, o forse è meglio dire che sembrerebbe proseguire, anche se la Morte – come avrà visto in Radio America – ha fatto ormai capolino nel teatro dove lo show va in diretta. La Morte non è altro che una donna bionda, misteriosa, che pare uscita da un romanzo di Chandler, col volto angelico di Virginia [Madsen, ndr], che probabilmente – perché no? – è davvero un angelo. La filosofia pragmatica di G. K., il conduttore Garrison Keillor, cioè «Every show’s your last show, that’s my philosophy», assume a quel punto sfumature sinistre… Ma immagino che lei voglia sapere dov’è la metafora, non è così?

Lo confesso, sì.
ALTMAN – Si è detto che Radio America abbia rappresentato una danza di morte, o che abbia addirittura accennato al declino della civiltà americana, dietro all’idea che lo show – o meglio, lo show-business – debba terminare. Benissimo, sono tutte cose che la critica può intelligentemente sostenere. Lasciate però che gli autori rimangano un passo indietro. Io resto ad ascoltare Red River Valley e In the Sweet By and By, prima che il sipario venga fatto calare. Il regista deve restare fra gli attori, come un falco nella notte, nel bar in cui tutti si ritrovano nel finale, è che ho apertamente ripreso da Edward Hopper. Si resta là, ad attendere che entri la donna biancovestita e che ci guardi negli occhi. Prima o poi ci guarderà negli occhi uno a uno, lo sapeva?
(intervista tratta dal sito www.sncci.it)

“Radio America”

Robert Altman è stato sicuramente uno dei grandi meastri del cinema americano. Lo conferma il suo splendido ultimo capolavoro: quel "Radio America" ( "A prairie home companion" in originale) che ha concorso lo scorso anno al festival di Berlino. Ancora una parabola sull’America, una riflessione disincantata e lucida sulla vita e sulla morte, una meravigliosa e polifonica (come solo Altman ha saputo fare) compagnia di Attori. Kevin Kline in un ruolo assolutamente godibile, Meryl Streep e Lili Tomlin nei panni di due sorelle cantanti country, Woddy Harrelson e John C. Reilly in quelli di due volgari cow-boy della prateria, Tommy Lee Jones dalle movenze inquietanti nel ruolo di un misterioso "cacciatore di teste", e molti altri. E poi tanta musica, come in "Nashville" ma 30 anni dopo. Niente di eccessivo, niente di inutile, niente di lacrimoso in quello che a tutti gli effetti è l’addio di un grande al suo pubblico. Consigliato. Chi ha parlato di noia nel vedere questo film, non conosce il concetto di cinema.