“Lancillotto e Ginevra”

lancelot

Se il cinema è prima di tutto un linguaggio, provare ad esplorarne le potenzialità fino in fondo è dovere di ogni artista che con quel linguaggio abbia deciso di misurarsi. Robert Bresson è forse il regista che in assoluto ha provato con maggiore decisione e coraggio a scardinare, violentare, piegare i meccanismi e la sintassi del linguaggio-cinema alle sue urgenze comunicative. I suoi film rappresentano una continua, sfiancante sfida alle capacità di lettura/interpretazione dello spettatore. Un duello, un assedio, una sorta di apnea neuro-vegetativa. Cinema senza tempo (nel senso di a-temporale): quanto di più lontano, anacronistico (anacronistico "sempre" e rispetto a "tutto") e diverso (profondamente diverso) si possa arrivare a concepire oggi. "Lancillotto e Ginevra", uno dei film più gelidi ed estremi di tutta la filmografia Bressoniana, è il guanto di sfida più ambizioso che questo regista abbia lanciato nei confronti delle convenzioni stilistiche proprie della settima arte. La ricapitolazione di una delle saghe medievali più note della cultura occidentale non è che un semplice pretesto per raggiungere un’astrazione inseguita ostinatamente, con ogni mezzo, a costo del più atroce dei fallimenti artistici. Attori-modelli privati di ogni volontà/necessità di "espressione", condannati ad un immobilismo ligneo, prigionieri di armature che ne impediscono i movimenti ma che permettono al sangue di scorrere attraverso le loro maglie di metallo. Stilizzazione estrema di ambienti, scenografie, costumi. Sottrarre tutto il superfluo per lasciare sullo schermo soltanto "ciò che è veramente necessario", e che come tale esclude ogni elemento accessorio. Cinema delle "esclusioni": assenza totale di recitazione, di colonna sonora, di ogni volontà di soddisfare le esigenze dello spettatore. Dettagli rivelatori, improvvise esplosioni di luce che emergono dalla lacerazione di un’imene intessuto di buio impenetrabile. Sguardi che insistono su piedi ( "arti inferiori" preposti al movimento eppure così spesso inchiodati al suolo dalla forza di gravità del potere/possesso) e mani ("arti superiori" nobilitati dal gesto di condivisione di una mano che ne sfiora amorevola un’altra, offesi dal freddo contatto con armi veicolo di morte). "L’impossibile è la mia meta", afferma Lancillotto in una battuta del film. Difficile immaginare una dichiarazione d’intenti più chiara, onesta e limpida di questa. Rendere con immagini di immanenza l’essenza profonda del trascendente, catturare ciò che per definizione è non catturabile, immobilizzare lo scorrere indistinto del flusso del tempo in un istante di pura, sublime e ineffabile bellezza.

What is it, this film?  I know nothing of it.

Is it a ‘super-production’?  There are horses, knights in armour, a tournament…as anachronistic as possible.

Anachronistic?  You need to remove the past to the present if one wants to make it believable.

The direction of actors?… I mean to say, of your "models".  It isn’t a question of directing someone, but of directing oneself. The rest is telepathy.

(da un’intervista a Robert Bresson tratta da Masters of Cinema)