Vecchia america

 

 

Le radici del Grande Cielo erano intagliate sulle prue umide della navi di popoli migranti in cerca di terra vergine, approdate sul sacro suolo occupato dai Nativi. L’epopea della conquista del Nuovo Mondo, delle sue Pocahontas e delle sue foreste. Poi il mito della frontiera, la corsa all’oro, il cavallo di ferro di John Ford e i suoi strenui oppositori, i Cable Hogue e le Ella Garth. Una guerra di indipendenza ed una guerra civile, spaventosa: solo le prima di una serie senza fine di guerre, combattute in nome della democrazia e della libertà. La nascita di una nazione tra i filamenti bruciacchiati della bandiera trapassata dai proiettili dei “sudisti”. John Huston, prima di Eastwood in “Flags of our fathers”, ha raccontato la bandiera a stelle e strisce e le profonde divisioni/contraddizioni di cui è sintesi. Fango sulle stelle in “The Red badge of Courage”, tratto dalla grande pagina di Stephen Crane. Huston, in quel film, fece interpretare il ruolo di una giovanissima recluta degli stati del Nord ad Audie Murphy, l’eroe di guerra che durante il secondo conflitto mondiale aveva seppellito 250 tedeschi. Un Little Dieter americano che schivata la morte in battaglia aveva scelto di diventare fantasma di luce, attore per il grande schermo. Huston conosceva bene quel fronte e conosceva i traumi che aveva prodotto in centinaia di sopravvissuti. Non è un caso se il suo documentario “Let there be light”, sulle devastazioni psichiche dei reduci della seconda guerra mondiale, nonostante l’invocazione alla visibilità sia stato invisibile per anni come uno spettro, rimosso come un segno rosso di infamia e vergogna. Il sonno della ragione che partorisce abomini di guerre giuste e predicatori assassini. Il puritanesimo come tratto distintivo dell’America profonda, misterica, faulkneriana. Due film speculari e complementari, ideali lato A e lato B per raccontare lo stesso identico viaggio all’Inferno senza ritorno: “La morte corre sul fiume” e “Il figlio di Giuda”. Harry Powell e Elmer Gantry. Mitchum e Lancaster nei panni dello stesso mostro a due teste, un Giano Bifronte che parla la lingua schietta della bestemmia e brandisce la spada luccicante della giustizia divina. Sulle spalle una scimmia e in mano una Bibbia, la stessa con cui amministrava la legge Roy Bean. Una chiesa senza Cristo che brucia sullo sfondo, come quella predicata da Hazel Motes nel “Wise Blood” hustoniano. La saggezza del sangue ribolliva anche nei polsi di Elia Kazan. Sua una delle più belle parabole sulla fine del sogno americano di inclusione e progresso. Sangue e fiumi, l’inarrestabile fluire del “Wild River” Tennessee e il suo violento atto d’accusa contro la politica dei burocrati e dei procacciatori di voti, che costruisce dighe in nome di un’idea sbagliata di nazione. E poi il cinema. Tutto il vecchio cinema dentro il cinema nuovo. L’occhio che uccide la luna di carta. Un set di Roger Corman che si frantuma sotto i nostri occhi e si ricompone all’inizio di un altro film, l’ennesimo. Quello in cui Boris Karloff  schiaffeggia il serial killer nascosto dietro lo schermo.
 

  
 

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Omaggio a Jacques Tourneur

Durante la conferenza stampa romana di presentazione di “Shutter Island” Martin Scorsese, nel dissezionare l’articolato background cinefilo che sostiene il suo ultimo lavoro, ha citato due film degni di menzione. Uno è “Laura”, in Italia “Vertigine”, noir di grande raffinatezza ed efficacia del grande Otto Preminger. L’altro è “Out of the Past”, in Italia “Le catene della colpa”, capolavoro nascosto e quasi invisibile di un regista invisibile e sempre più dimenticato come Jacques Tourneur. Francese di nascita e americano di adozione, Tourneur rientra sicuramente in quel gruppo di registi-artigiani che sono riusciti a plasmare la pellicola di celluloide con la forza della loro personale “visione”. Basta ad esempio pescare tra gli horror a basso costo prodotti da Val Lewton e diretti da Tourneur per la RKO, per vedere condensato nel dittico felino “The Leopard Man”/“Cat People”  il nucleo centrale di una poetica della paura non vista (e spesso non nominata), che sembra rimanere sempre un metro fuori dall’inquadratura ma che non cessa mai di far sentire i suoi devastanti effetti sulla psiche e sui corpi degli uomini (Tourneur è regista delle “mutazioni” quanto David Cronenberg o Shinya Tsukamoto, sebbene le sue “mutazioni” siano quasi sempre soltanto suggerite alla immaginazione dello spettatore). In “Out of the past”, mirabile saggio di scrittura cinematografica sorretto da un enorme Robert Mitchum e da un ottimo Kirk Douglas, fantasmi di altra natura (i fantasmi del passato) reclamano un primo piano sin dalla formidabile sequenza di apertura. La forza dirompente di un evento pregresso irrompe nel presente e nel progresso narrativo del film, tanto da obbligare il regista a concederle un flashback ampio quasi metà film. Al centro di questo violento scontro di forze, la magnifica fotografia, contrastata e tagliente di Nicholas Musuraca suggella il soccombere di ogni redenzione possibile davanti alla ineffabile e totalizzante influenza del vissuto sulla vita degli uomini. «That’s not the way to win.»-«Is there a way to win?»-« There’s a way to lose more slowly.»