“La scala a chiocciola”

scala a chiocciola

L’assassinio come arte "nobile" e come arma epurativa: eliminazione di tutto quello che non serve o che nuoce. In un’ottica biecamente meccanicista nulla nuoce alla natura più della defomità, dell’handicap, del minus fisico o mentale, della diversità che impedisce l’omologazione alla (ri)produttività della specie. L’assassinio come "atto di forza" e come estremo tentativo di conseguimento di una approvazione/accettazione del sè mai ottenuta e sempre inseguita. In "Spiral Staircase", splendido thriller d’atmosfera girato da Robert Siodmak con germanico rigore nel lontano 1945, c’è molto di tutto questo. Preziosa pellicola intessuta di ombrose sequenze langhiane dusseldorfiane, di hitchcockiane discese in cantina "alla Notorius" e di improvvisi scorci oculari degni del miglior Bunuel. Ottimo cast, sceneggiatura perfettamente calibrata, gotico bianco e nero di grandissimo effetto nella elegantissima fotografia di Nicholas Musuraca, regia solida e non priva di slanci di straordinaria creatività. Trama in sè non particolarmente originale, ma contrappuntata da una serie di sotterranei risvolti psicologici di enorme fascinazione. Il tranquillo scenario di una cittadina del New England è tragicamente sconvolto dal susseguirsi in rapida successione di una serie di omicidi seriali. Ad essere colpite sono giovani donne in qualche modo portatrici di deficit psico-fisici. La deformità/diversità delle vittime sembra, parafrasando Bergman, un "orzaiolo nell’occhio del diavolo". In una grande e inquietante magione, abitata da un’anziana donna (una grandiosa Ethel Barrymore) e dai suoi due figli, lavora come cameriera Helena, giovane ragazza colpita da mutismo in seguito ad un trauma vissuto da piccola. Un affabile medico di campagna alle prime armi si innamorerà di lei e, fiutato il pericolo, cercherà di proteggerla dalla palpabile minaccia dell’assassino, pronto a colpire durante la più buia e tempestosa delle nottate. Continuo oscillare di toni. Perpetuo ondeggiare tra luce e ombra, sogno e incubo, reale e immaginario, razionale e irrazionale. Alcolica lotta per la sopravvivenza tra Io, Es e Super-Io. E lo sguardo della morte già incredibilmente riflesso dentro l’occhio che uccide, nel fuori-fuoco e nella vertigine estrema di un bulbo oculare "inciso" della macchina da presa, lama tagliente più di ogni metallo affilato. Penetrazione violenta e necessaria di un occhio dentro un altro occhio. Impagabile.