“Viaggio in Italia”

E’ da pochi giorni disponibile sul mercato DVD italiano “Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini. L’edizione, che presenta una splendida copia restaurata del film e un apparato abbastanza ricco ed interessante di contenuti speciali, va a colmare una lacuna ingombrante, e a ravvivare il ricordo di un film importantissimo, incompreso all’epoca della sua uscita da molta parte della critica italiana. Come sottolinea Valerio Caprara in un videocommento al film, si deve in Italia agli studi di Adriano Aprà e in Francia all’accoglienza entusiasta dei Giovani Turchi dei Cahiers du Cinema l’inquadramento nella giusta luce di capolavoro di questo film. Film cerniera e ideale conclusione di una trilogia bergmaniana al femminile “sulla solitudine” (madre ideale di quella futura, che sarà “dell’incomunicabilità” filmata da Michelangelo Antonioni), “Viaggio in Italia” segna forse l’approdo più alto della poetica rosselliniana rinnovata post-neorealista. La realtà fenomenica non è più solamente il luogo in cui cogliere l’oggettività pura e semplice delle cose, si carica di un significato esistenziale nuovo, svela orizzonti interiori sfumati, rimanda a suggestioni altre. In “Viaggio in Italia” una coppia anglosassone ritrova la propria umanità perduta dentro lo scenario di una Napoli aurorale, pervasa da inquietanti ombre di morte ma riscaldata e sorretta dall’eredità di un passato vivo, presente e incarnato all’angolo di ogni strada. Sotto i lapilli e la cenere di Pompei, George Sanders e Ingrid Bergman scoprono loro stessi, la loro istintualità sepolta sotto la coltre del cinismo e del disincanto altoborghese, il loro destino di cadaveri che sarà ineludibile se non riusciranno a guardare l’essenza della loro relazione con occhi diversi. Il ricongiungimento, l’agnizione, si compie non a caso dentro il flusso indistinto di una folla in processione, nella magnifica sequenza finale del film girata a Maiori. Un cieco grida al miracolo per aver riacquistato la vista mentre l’uomo e la donna, finalmente scevri da sterili filtri sovrastrutturali, si guardano negli occhi, forse per la prima volta, riconoscendosi innamorati. L’aneddotica del set cinematografico, riportata da Renzo Rossellini, racconta di un George Sanders per nulla abituato ai metodi essenziali e “pratici” del regista nella gestione dei suoi attori. Sembra che abbia preteso la stesura di un copione dettagliato, e che prima di interpretare ogni singola battuta chiedesse conto a Rossellini delle “motivations”. E’ probabile che questo atteggiamento diffidente e distaccato di Sanders sul set abbia aggiunto una ulteriore nota di credibilità al suo personaggio. Davvero, come suggerisce Martin Scorsese nel suo “Viaggio in Italia”, guardando il film si ha l’impressione di seguire la vita di coppia di un uomo e di una donna nel suo divenire. Il loro viaggio è il nostro. Il loro vagabondare, il loro guardare ed essere guardati, la loro ricerca è parte del nostro vissuto. Lo sguardo di Rossellini feconda ed interroga il nostro. Ieri come oggi.

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“India Matri Bhumi”

"E' un film che amo molto perchè, come ho detto, è quì che ho cercato di fare un tentativo di rinnovamento nel campo della conoscenza, dell'informazione: una informazione che non sia strettamente scientifica o statistica ma che sia anche una certa documentazione dei sentimenti e del modo di comportarsi degli uomini. Se si vuole, in un certo senso, un film etnologico". Così Roberto Rossellini introduceva al pubblico, nel 1959, una delle sue opere meno incasellabili e più misteriose e sfuggenti: India Matri Bhumi, India humus della terra. Cronaca di viaggio e di incontri, proiezione e filtro di "trame" di realtà, sintesi impossibile di un grande paese e della sua cultura lungo il sentiero di quattro episodi: un giovane conducente di elefanti che si sposa; un tecnico che ha lavorato per sette anni alla costruzione della gigantesca diga di Irakud; un contadino che vive una vita contemplativa in simbiosi con la giungla e salva una tigre da una morte causata dal "progresso"; una scimmietta ammaestrata che perso il suo padrone non smarrisce identità e senso del lavoro.

Ripercorrendo la stessa struttura ad episodi già utilizzata in Paisa', Rossellini fa sua la lezione del grande documentario antropologico di Flaherty apportando un personalissimo contributo in termini di calore empatico, umana condivisione, partecipazione talvolta idealizzata al destino di un intero popolo. La sua meta è una risposta trovata nel genius loci di un maieutico disorientamento consapevole, lo stesso cercato dai Fratelli di Francesco per decidere la direzione da seguire. Nei colori e nei suoni dell'India catturata dalla sua macchina da presa Rossellini, in una fase decisiva e travagliata del suo percorso artistico, trova quel sedimento che gli sarà prezioso per affrontare la sfida di una rinnovata adesione all'espressione cinematografica. Film cerniera tra il periodo bergmaniano ed i prodromi del grande cinema didattico rosselliniano, India è un film rimasto a lungo invisibile per intere generazioni di spettatori. Cinecittà Luce, il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca nazionale, Cineteca di Bologna e il Coproduction Office, lo hanno presentato nel contesto del "Progetto Rossellini", un articolato piano di restauro e recupero di 12 opere del regista, come evento speciale durante la 68esima Mostra del Cinema di Venezia. Un accuratissimo restauro filologico in digitale, realizzato dal Laboratorio Immagine Ritrovata di Bologna, ha permesso di ammirarlo forse per la prima volta nei colori "giusti" , splendidamente esaltati dalla fotografia di Aldo Tonti. E' il primo magnifico e sorprendente omaggio a quelli che Marco Muller ha definito i "contemporanei maggiori", grandi ispiratori di questa Mostra: Nicholas Ray e Roberto Rossellini.

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“I sette peccati capitali”

Questa volta dalla valigia di Pickpocket e dal cilindro magico del sempre sorprendente Okram estraiamo un pezzo d’antiquariato di pregio, per la gioia di coloro che sanno apprezzare le cose antiche. "I sette peccati capitali", singolare film a episodi del lontano 1952, frutto di una coproduzione italo-francese. In una cornice da luna park dove i sette peccati capitali sono rappresentati da altrettante marionette da colpire al bersaglio, un banditore introduce gli episodi del film, tutti diretti da registi diversi. Il primo episodio, "Avarizia/Ira" è scritto, diretto e interpretato da quel genio partenopeo che risponde al nome di Eduardo De Filippo: uno spiantato maestro di clarinetto (Eduardo) è continuamente vessato dal suo padrone di casa, un petulante e iracondo Paolo Stoppa. Ma credere nei miracoli, in certe occasioni, può fare miracoli. Il secondo episodio "Superbia", diretto dal francese Claude Autant-Lara, dipinge con sottile sarcasmo il triste quadro di una nobiltà decaduta, tra feste galanti e piccoli espedienti per far fronte alla miseria. Il terzo episodio ("Gola") è un gustoso bozzetto agreste, incisivo e divertente. Nel quarto episodio ("Lussuria") una adolescente, con la sua candida visione della sfera sessuale, fa scoprire agli adulti certi piaceri nascosti. Il quinto episodio ("L’invidia") è di certo quello cinematograficamente più valido, non a caso diretto da Roberto Rossellini e tratto dal racconto di Colette "Le chatte". La compagna di un pittore (interpretato da Orfeo Tamburi, artista anche nella vita reale) soffre la presenza ossessiva di una gatta, alla quale il marito sembra riservare tutte le attenzioni che a lei sono precluse. Episodio teso e intensamente drammatico, una perla rosselliniana. L’ultimo geniale episodio, quasi Lubitschano, è dedicato alla "Pigrizia". Il barbuto direttore generale del Paradiso, resosi conto che lo stress della vita moderna miete troppe vittime, decide di sollecitare la Pigrizia, peccato necessario, ad una azione "di disturbo" più incisiva sul pianeta terra. La situazione sfuggirà di mano anche alle alte sfere celesti. Nel complesso film a dir poco bizzarro, un po’ disomogeneo ma con delle trovate di sceneggiatura davvero brillanti. L’argomento del vizio capitale è trattato con garbo, senza particolari eccessi o trasgressioni (ricordiamoci che siamo nel ’52), con una certa dose di salutare ironia. Per gli appassionati del cinema italiano che fu.

Rossellini nel centenario

rossellini152Roberto Rossellini, nato nel 1906, ha 100 anni (come recita Fuori Orario), ancora per pochi giorni. Nel 2007 il suo nome entrerà ufficialmente nell’Empireo dove trovano posto solo i grandi. La sua immensa arte è viva. Il suo cinema esprime ancora tanta, tantissima forza. Una riscoperta di tutti i suoi film è doverosa. Non solo il periodo neorealista, non soltanto i celebratissimi "Roma Città Aperta", "Paisà", "Germania anno zero". Il migliore Rossellini lo troviamo forse nelle pellicole successive, nella straordinaria trilogia con Ingrid Bergman ("Stromboli, terra di Dio", "Europa ’51", "Viaggio in Italia"), nel sublime Vittorio De Sica del "Generale della Rovere", nella religiosità essenziale di "Franceso Giullare di Dio". E anche la fase finale del suo percorso, quella fase un po’ ingenuamente votata alla divulgazione attraverso il mezzo televisivo, racchiude spunti interessanti e un alto senso civico e morale. Ogni suo fiilm è un valore assoluto, qualcosa che travalica il semplice concetto di film per arrivare a farsi patrimonio costitutivo di una Nazione e di un Popolo. Per questo non può cadere nell’oblio.