“La tortura della freccia”

Che il film siano (e non solo siano fatti da) campi (di battaglia) è un concetto che Samuel Fuller ha tenacemente ribadito in ogni suo film. Ogni sua pellicola è luogo di scontro violento tra forze incidenti. Terreno incandescente di un contrasto sempre acceso, vivo, pulsante. Mai prigioniero della retorica o dei luoghi comuni. Tutta la sua filmografia è percorsa da un urlo (di rabbia anarchica e vigoroso furore) contro l’unilateralismo acritico che spesso alimenta patriottismi, nazionalismi, fascismi di ogni genere. "La tortura della freccia" è uno dei suoi film più belli ed interessanti. Scritto, diretto e prodotto nel 1956. Sul finire della sanguinosa guerra di secessione, un soldato sudista (un grande Rod Steiger), pur di non sottomettere la sua identità a quella dei vincitori nordisti, sceglie di "diventare" Sioux. Quando l’esercito vincitore tenterà di costruire un fortino sulla terra delle tribù indiane, sarà costretto ad imbracciare il fucile contro i suoi "fratelli di sangue" americani, colpevoli di essere venuti meno ad una importante legge di comportamento Sioux. Sulla stessa pallottola che aveva segnato la prima rottura con le radici della sua gente si dipingerà, nel finale del film, il sangue del fratello Caino. Vincolo ineludibile di appartenenza e, insieme, marchio indelebile di una colpa. La stessa che Fuller, spostando di qualche decennio in avanti l’orologio della storia, aveva già raccontato nel precedente (bellissimo) "Corea in fiamme" e che racconterà in seguito in film come "Il corridoio della paura", "L’urlo della battaglia", "Il Grande Uno Rosso". Pagine di storia vergate con il sangue dei vinti. Traumi di una nazione che forse non ha mai fatto davvero e fino in fondo i conti con tutto il proprio passato. Il "The end of the story can only be written by you" che campeggia, in caratteri rossi su sfondo nero, alla fine del film è lì a ricordarlo.