“Frost/Nixon: Il duello”

 

Il potere esercita sempre la prerogativa maggiore della sua essenza (la menzogna) attraverso una rappresentazione di se stesso. “Frost/Nixon” di Ron Howard è un film di assoluto (e insperato) interesse perché dell’idea stessa di rappresentazione opera una elevazione/espansione al cubo. Un triplice movimento, scandito dal succedersi degli anni e dal sovrapporsi febbrile di schermi, e di sguardi. Il primo livello di messa in scena è quello strettamente politico-istituzionale della vicenda, quello della storia, dei fatti, dei veri Nixon e Frost, del vero Watergate, degli insabbiamenti, dello scandalo che travolse e portò alle dimissioni un “inglorious bastard” per eccellenza come Nixon e che (a sorpresa) fece pronunciare controverse parole di assoluzione al suo successore Gerald Ford. E’ il livello in cui il film di Ron Howard sembra “citare” espressamente Pakula, Coppola, Stone e riallacciarsi ad una precisa stagione del cinema americano: quella più engagèe delle conversazioni, delle inchieste giornalistiche, delle sotterranee motivazioni ideologiche che spesso si nascondevano dietro le prime pagine sensazionalistiche dei giornali. Tuttavia il film di Ron Howard subito si discosta da questo modello, troppo distante, consunto, corroso dal fluire incessante di immagini e anni, macerato nelle acque putride di ideologie decomposte da tempo. Decisamente inapplicabile oggi. Subentra quindi un secondo elemento “di rifrazione” a moltiplicare il potenziale espressivo del film: la televisione, l’occhio che vouyeuristicamente "isola" primi piani, la telecamera “ripresa” da Ron Howard. Quinto Potere descritto in tutto il suo spietato cinismo, depositato nelle mani di arrivisti bramosi di successi planetari e incassi milionari. E’ questa (quella delle interviste televisive) l’unica parvenza di verità che, in un contesto di generale offuscamento dell’informazione, fu concessa al popolo americano allora. Richard Nixon comprese che soltanto un mezzo di comunicazione di massa come la televisione avrebbe potuto procurargli il viatico per la riabilitazione che cercava. La sua fu una sconfitta cocente, maturata solo “al quarto round” sotto i colpi delle domande stringenti di Frost sugli abusi di potere che lo avevano condotto alle dimissioni. Il suo ritiro dalle scene fu però in qualche modo “sacralizzato” da quella sovra-esposizione mediatica, che era comunque riuscita a riportarlo nel salotto buono del signor Smith, dentro le case dei suoi elettori traditi. Milioni di americani ebbero modo di vedere crocifisso dentro il rettangolo dei loro televisori l’uomo che più di ogni altro erano riusciti ad odiare. 30 anni dopo Ron Howard ha scelto di “espandere” quelle interviste, allargandone il formato dai 4/3 dello schermo TV fino ai 16/9 del grande schermo e operando un terzo, fondamentale, passaggio dopo la transizione teatrale della commedia di Peter Morgan da cui il film è tratto. Un ulteriore, decisivo livello di rappresentazione: la cinepresa “riprendente” di Ron Howard, il cinema, mezzo come nessun altro capace di rivelare la natura ingannevole di qualunque oggetto sensibile. Nella cornice (perfetta) di una sorta di mockumentary prendono quindi corpo altri Nixon (nel volto di Frank Langella, straordinario) e altri Frost (nel corpo di Micheal Sheen), fossili frutto di una lenta stratificazione, durata decenni, che ormai ha trasformato persone in carne ed ossa in personaggi da interpretare. Pure astrazioni meta-storiche. Chiara allora la dimensione in cui si muove il “Frost/Nixon” di Ron Howard: re-enactment postumo e fedele di un (f)atto già una volta mediatico che ha rivestito una importanza capitale nel determinare i destini di una intera epoca. E appunto per noi che allora non c’eravamo questo film può rappresentare anche qualcosa d’altro. Sicuramente qualcosa di diverso.

 

[****]