“Songs from the second floor”

Stranissima sensazione quella di rimanere bloccati, infissi, cementati dentro la visione (disturbante ed insolita) di un film come "Songs from the second floor", dello svedese Roy Andersson. Difficilissimo definire qualcosa di sfuggente e spiazzante come un’opera del genere. Una allucinata e asfissiante apocalisse per immagini, tinta di atroce sarcasmo e venata del più disperato pessimismo. Sforzandomi di trasmettere un’ idea di sensazione percepita, potrei assimilare questo film ad un mix assolutamente straniante tra l’assurda comicità dei Python, la ieratica composizione di immagini di Peter Greenaway e i più violenti lampi surrealisti di cui era capace il Bunuel dei tempi d’oro. Tutto ciò fotografato in un alone di cupo grigiore (tipicamente scandinavo) o immerso in un bagliore azzurro-verdastro di quella che ha tutte le apparenza di una algida luce al neon. Opera estrema per molti versi quindi, provocatoria riflessione sul vuoto commerciare di simboli religiosi (crocifissi totalmente "svuotati di senso") e sul vuoto vivere di agenti di borsa e torvi generali nazisti ultra-centenari. Aberrato sguardo su una umanità febbricitante e smarrita in medievali inquietudini millenaristiche (il film si ambienta a cavallo tra il 1999 e il 2000) e sconvolta dalle oblique vertigini della malattia mentale. Raffinato esercizio estetico e stilistico (con richiami alla pittura di Otto Dix soprattutto), radicale nel suo impianto di regia. Visivamente impostato per intero sulla telecamera fissa, è un film che proprio grazie a questa estremizzante assenza di movimento trasfonde un senso di totale e drammatica "impossibilità all’azione" sui personaggi. Nel senso di impotenza e di stasi che percorre come filo conduttore tutto il film, il regista individua il vero dramma di una umanità ingorgata in immobili serpentoni stradali o incatenata dietro le sbarre di una clinica psichiatrica. Tutta interna alle singole (fisse) inquadrature la "possibilità di movimento" in questo film, quindi per forza di cose molto limitata. Ogni sequenza si sviluppa essenzialmente nel senso della profondità (grazie ad un complesso uso della profondità di campo, qui sfruttata fino al massimo delle sue potenzialità espressive) e si giova del "gioco di ellissi" insito nel concetto stesso di fuori-campo. Campi medi, lunghi, lunghissimi: uomini come fantocci inanimati. Fantocci inanimati che non sanno essere più uomini. Un ringraziamento speciale alle Eminenze Oscure della lontana Carfax, che hanno avuto un ruolo a dir poco "essenziale" nel far sì che una visione così smaterializzata e particolare si potesse materializzare qui sulle pagine di Cinedrome.