“Drive”

In occasione delle più importanti uscite cinematografiche di ogni anno la critica italiana riserva sempre il meglio di sé. Gli svolazzi e i contorsionismi che i “critici” italiani sono stati in grado di regalare commentando “Drive”, ultima pellicola di Nicholas Winding Refn premiata a Cannes per la miglior regia, hanno del tragicomico: si legga l’anacolutico, e a tratti incomprensibile, scritto anti-Drive apparso su Sentieri Selvaggi. Entrambe le fazioni di favorevoli e contrari si sono soffermate, giustamente (ma solo fino ad un certo punto), sul debito di sangue che lega “Drive”, partorito da un cineasta europeo, con il grande cinema action metropolitano, notturno e losangelino dei Mann e dei Friedkin, degli inseguimenti alla luce fredda dei neon e degli uomini di frontiera, scissi tra legge morale, quella di matrice eastwoodiana, e legge delle uniformi. Lo scetticismo aprioristico e incomprensibile di molti sul fatto che un regista danese potesse, con successo, rileggere una intera mitologia di road movies americani ha finito poi per far passare, nel senso comune degli spettatori indecisi su quale film vedere nel fine settimana, “Drive” come l’ennesimo film coatto donne-e-motori, quasi una versione solo leggermente meno chiassosa di “Fast and Furious”. Prossimi alla mistificazione più totale. Nessuno, o quasi (va dato merito, tra gli altri, per esempio a Valerio Caprara) ha provato a guardare il film senza retropensieri, cogliendo quello che “Drive” è fin dai (bellissimi) titoli di testa: un concentrato di grandissimo cinema. Rarefatto, sospeso, avvolgente, ipnotico (se dovessi scegliere un aggettivo per il cinema di Nicholas Winding Refn sceglierei quest’ultimo), assolutamente magistrale nello scorrere dentro strade e tempi che spesso non sono quelli del cinema “americano” mainstream, frutto di una piena coesione/aderenza tra sguardo (eterodosso) e oggetto della messa a fuoco, in equilibrio costante lungo una traiettoria lineare, nitida, archetipica, solcata da improvvise accelerazioni e lunghe ombre di asfalto. Tanto silenzioso da riuscire ad isolare perfettamente il grande “volume” di una splendida colonna sonora (tra gli altri pezzi, originali e non, anche una ripresa del nostro Riz Ortolani) dalla atmosfere densamente anni 80. Laconico nell’andamento e nell’espressione del suo straordinario protagonista, magnifico nel trascendere verso subitanei, brutali accessi di violenza. Notturno ma programmaticamente teso a catturare, nella meravigliosa fotografia di Newton Thomas Sigel, ogni possibile colore della luce. C’è la sostanza di un film che si farà ricordare per parecchio in “Drive”. Lo abbiamo visto, lo rivedremo, e sarà ancora una prima volta.

[**** 1/2] 

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