“Revolutionary Road”

Il cinema di Sam Mendes è cinema del re-visionismo, del ri-vedere. E’ meticolosa, lenta, sotterranea erosione-consunzione di quello che resta dei "generi" e delle "specie" che per decenni hanno popolato il cinema (e la società) a stelle e strisce. Immagini/idoli, simulacri di esistenze su cui lo sguardo si stende come una mano di pittura più volte per rivelarne l’essenza mendace, putrefatta, corrotta. Ogni strato un gradino, un salto di orbitale, un mettere a fuoco meglio. Molto più che semplice de-strutturazione, de-mitizzazione di una teoria di archetipi. I suoi film sono l’atto diagnostico di chi prende coscienza di una malattia ormai giunta in uno stadio irreversibile, terminale. Il suo sguardo, lo sguardo/lente d’ingrandimento del "look closer", è sempre proteso a catturare il segno di una aberrazione e il sintomo di una condizione patologica. Un invito a guardare in profondità, a guardare con più attenzione, a non fermarsi alla superficie (all’epi-fenomeno) delle cose, a guardare tutto. E ad interrogarsi, continuamente, sui moventi, sui perché, sull’origine del veleno che iniettato sottopelle può aver prodotto tanto male senza che nessuno si accorgesse di nulla. "Revolutionary Road" è probabilmente il suo film più maturo, complesso, completo, stratificato. E anche in Revolutionary Road è percepibile questa tensione. Verso la rappresentazione sullo schermo dei primi segni, delle prime avvisaglie di una morte imminente. O delle drammatiche conseguenze di un decesso che è già avvenuto. Subito prima. Subito dopo. Comunque altrove. Nel fotogramma è possibile intuirne soltanto l’aura o toccarne gli effetti devastanti. Tutto è destinato a morire (a scomparire) fuori campo. Oltre il fotogramma. Annullando ogni possibilità di catarsi/redenzione o di immedesimazione/consolazione. Unica testimone di questa sorta di assenza premonitrice è, negli equilibri perfetti di una regia che non (si) concede nessun eccesso, la luce di Roger Deakins. E’ una luce malata, quella che illumina Revolutionary Road. Filtrata attraverso i fuochi fatui di una civiltà in disfacimento. Che riesce ad illuminare delle assenze, a riempire matericamente gli spazi di vuoto che (inesorabilmente) tendono a invadere ogni inquadratura. Una luce che nel suo disperato e abbagliante biancore lascia fin dall’inizio del film ipotizzare gelidi presagi obitoriali. La tonalità dominante è quella della hopeless emptyness. Testimoniata nell’ultima, straordinaria, inquadratura da una macchia di sangue. Piccolo “pezzetto” di croma perturbante dentro un quadro di  serenità apparente. Segno di una morte che è in utero ma che è già (drammaticamente) avvenuta lontano dalla nostra percezione. Di una esistenza finita prima ancora di cominciare. Esattamente come il sogno di una vita su Revolutionary Road.

[**** 1/2]

Sounds from the Road

“The Gipsy”, The Ink Spots

“Moonlight in Vermont”, Nat King Cole Trio

“At the woodchopper’s ball”, Woody Herman

“The Howdy-Doody Time”

“Count every star”, The Ravens

“Sway”, Julie London

“A string of pearls”, Glenn Miller

“Crying in the chapel”, Eddy Arnold

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