Sight & Sound

“Quando pensi ai più grandi momenti di un film, credo che quasi sempre sceglierai quelli che hanno a che fare con le immagini piuttosto che con le scene, e di certo mai quelli incentrati sulle parole. Ciò che un film fa meglio è utilizzare le immagini con la musica, e credo che questi siano i momenti che si ricorderanno.” Stanley Kubrick

N.B. Quella che segue non è una top10. E’ da considerarsi il frutto di una raccolta: una collezione di frammenti audiovisivi. I primi 10 che consapevolmente affiorano alla memoria e si offrono alla catalogazione. Scelti quindi in base a criteri di pura persistenza. E se a resistere è sempre e solo quello che si ama di più probabilmente si tratta di 10 frammenti d’amore.

“La croce di ferro”

Il cinema è un’arte che non dimentica. Anche quando frammenta, destruttura, digerisce attimi di tempo ed eternità non lascia scampo alla memoria, costringendola ad inseguire il fantasma del ricordo. Todd Solondz nel suo magnifico “Life during wartime”, spiazzante seguito/rielaborazione del precedente “Happiness” ha reso scopertamente visibile il segno di questa ricerca. Il cinema di Sam Peckinpah è cinema appesantito e reso leggerissimo da questo doppio movimento: il tornare e il partire dell’immagine. L’apparire di una visione e il suo immediato divenire ricordo. Il suo manifestarsi prolungato e la sua subitanea esplosione. Il dilatarsi nel tempo indefinito di un ralenty e la compulsiva cupio dissolvi di un montaggio che frammenta tutto il frammentabile. Ricordo, memoria collettiva, vendetta. Non stupisce sentire citare lo zio Sam da uno come Johnnie To a proposito dei modelli estetici che stanno dietro il suo ultimo, bellissimo, “Vengeance”: la vendetta è sempre figlia di un ricordo incancellabile, scritto su fotogrammi sporchi di sangue o lacerati da una granata. “La croce di ferro” è uno dei titoli meno celebrati nella filmografia di Sam Peckinpah. Eppure, per discendenza diretta, ha dato origine ad un figlio (“Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari) e, ancor più, un nipote (“Inglorios Basterds”) di recente balzati agli onori della ribalta cinefila. Eppure è probabilmente la sintesi più compiuta, estrema e coraggiosa di tutti i motivi fondanti del cinema dello zio Sam. Quasi dei comandamenti. Primo: mettere da parte le uniformi, ridicolo orpello di una stolida apparenza socialmente riconosciuta. Secondo: imparare a disubbidire agli ordini. Terzo: il gusto della sconfitta può non essere così amaro, se si è combattuto per qualcosa in cui si crede davvero. Quarto: diffidare da qualsiasi forma di ricompensa al valore. Quinto: a volte la migliore vendetta non si trova molto lontano dall’eco di una sonora risata. L’ultimo cantore delle sbiadite leggende del vecchio West, meravigliosamente incarnato nelle fattezze di Wilbur Olsen, lo scribacchino da quattro soldi in “China 9, Liberty 37” di Monte Hellman, avvezzo a costruire le menzogne di epica grandezza su cui si fonda il mito della frontiera, sapeva distinguere e sapeva insegnare. I suoi film costituiscono un lascito estetico e “morale” di prima grandezza, che non possiamo permetterci di perdere di vista. O di dimenticare. La redazione di Cinedrome ha scelto di aprire il nuovo anno con la ferma volontà di ripartire da questa certezza.

“Osterman weekend”

ostermanTorno a Peckinpah, tra un classificone e l’altro. Tanto per gradire, giusto per spezzare. Per quello che fu il suo ultimo film, lo zio Sam abbandonate le praterie e i grandi spazi aperti della frontiera americana girò una spy-story anomala, serrata ed amara dai toni asfittici da guerra fredda. "Osterman weekend" è sicuramente tutto questo, oltre che un ottimo film d’azione (con alcune tra le più belle sequenze action di tutto il cinema di Peckinpah) nonchè, mi sentirei di dire soprattutto, un feroce apologo sulla triste onnipotenza dei mass-media nella società contemporanea. Ma cominciamo dal principio: la trama è a dir poco complessa, il lettore impigrito dall’afa passi oltre. Il film inizia con la visione (nella visione) di una sorta di filmino amatoriale: scene di intimità di coppia. Lui, Lawrence Fassett (John Hurt), agente dell’FBI, lei, sua moglie. Dopo un po’, l’uomo si allontana, la donna resta sola a letto e viene misteriosamente uccisa da alcuni individui dal volto mascherato. Stacco. Il campo dell’inquadratura si allarga e scopriamo di essere nello studio di un alto funzionario della CIA (Burt Lancaster). Sul piatto della CIA è appena giunta una proposta "di lavoro" da parte di Fassett: egli sostiene di avere raccolto delle informazioni riservate circa tre individui del jet-set e del mondo dello spettacolo, informazioni che in qualche modo legherebbero i tre soggetti (tra cui spicca un sempre sordido Dennis Hopper, qui chirurgo plastico eroinomane) al KGB, in quella che viene ribattezzata "Operazione Omega". La CIA accetta di collaborare con Fassett, il quale è pronto a coinvolgere nel suo piano un noto giornalista televisivo, avvezzo a montare in TV scandali mediatici e processi sommari, e grande amico dei tre sospettati. Fassett per cercare di "incastrare" i tre e per tentare di convincerli a passare dalla parte dei buoni tradendo i servizi segreti russi, si installa nella villa del giornalista, trasformandola in una specie di "casa del grande fratello" ante litteram. E questo è solo l’inizio. La verità non è mai dove sembra essere, pare volerci ghignare beffardo Sam Peckinpah prima di sprofondare all’inferno. E ogni tanto sottrarsi al perfido ingranaggio che ci vuole tutti schedati, omologati, incasellati può significare togliersi qualche bella soddisfazione: le ipocrisie, lo sapavamo bene, sono fatte per essere smascherate, e Peckinpah sembra volercelo ricordare una volta di più con questo suo ultimo grande film. Bisogna avere soltanto un pizzico di coraggio e di volontà, quel residuo di volontà che ci è rimasto. Magari solo la volontà di spegnere il televisore. Con un click.

Voto personale: 9

“Voglio la testa di Garcia”

bring_me_the_head_of_alfredo_garciaLo zio Sam ha chiamato, dicendosi seriamente dispiaciuto. Peckinpah, Peckinpah e ancora Peckinpah. Su questo blog il suo nome non era ancora mai comparso, quindi ho dovuto rimediare al terribile misfatto scrivendolo tre volte, mi si perdoni. Nutro una venerazione specialissima per quell’uomo sin dalla prima visione del mitico "Mucchio selvaggio". Quel montaggio, quelle atmosfere, quei ralenty. Cose che non si dimenticano facilmente, proprio no. Con "Bring me the head of Alfredo Garcia" lo sio Sam ci porta per mano dritti dritti all’inferno, nel Messico più lurido e dissoluto, senza biglietto per il ritorno. E’ l’incrocio, diseguale e rapsodico nel ritmo, tra una ballata macabra con toni da black comedy e una specie di road-movie in salsa western (per certi versi mi ha ricordato "Detour"). Tutto comincia quando un potente signorotto del luogo decide di mettera una enorma taglia sulla testa di Alfredo Garcia, avventuriero bohemien reo di aver procurato una gravidanza indesiderata alla sua giovane figlia. Sulle tracce di Garcia si getta una organizzazione criminale pronta a commettere qualsiasi efferatezza pur di mettere le mani sulla ingente taglia. Nella vicenda viene coinvolto anche un disilluso e squattrinato pianista di piano-bar, un Warren Oates davvero monumentale (al pari dei suoi occhiali da sole). L’uomo vede nell’occasione di un improvviso arricchimento il disegno di un destino benevolo e la posssibilità di cambiare vita. Anche lui, preso dal furore dell’arricchimento, si butterà nella mischia e nell’inseguimento. Come è stato sottolineato da molti, è uno dei film più autentici del grande Sam Peckinpah. Sebbene effettivamente la prima parte sia tirata un po’ troppo per le lunghe, il film si riscatta alla grande verso la fine, in una climax irresistibile di iperbolica violenza e di disperata bellezza. Anche in questo film ci sono gli elementi che hanno fatto di Peckinpah un regista di culto per una caterva di cineasti che sono venuti dopo (da Scorsese a Tarantino, dai Coen a Kim Ki Duk): il rallenty esasperato ed estetizzante nelle sparatorie, il montagio serratissimo (pur senza raggiungere il delirio orgiastico del finale di Wild Bunch), l’attenzione per gli ultimi e per il lato oscuro della Frontiera, il tradimento. Film dalla grandissima libertà e forza espressiva. Insomma tutto secondo le aspettative. Quando si tratta dello zio Sam, si va sul sicuro. Conviene arruolarsi.

Voto personale: 8 e 1/2

La frase cult: "Non sono mai stato in un posto in cui mi piacerebbe tornare" (W. Oates)

“Sierra Charriba”

Ci sono film nella storia del cinema che sono conosciuti dagli appassionati per i martirii e le mutilazioni che hanno dovuto subire a causa del cannibalismo dello show-business.
"Sierra Charriba" , insieme a "L’orgoglio degli Amberson" e a pochi altri, è uno di questi.
Si tratta del secondo film a cui lavorò Peckinpah: dopo "Sfida nell’Alta Sierra" si decise di concedergli la possibilità di dirigere una super-produzione che per la Columbia replicasse l’enorme successo ottenuto con "Lawrence d’Arabia".
Nessuno tuttavia aveva fatto i conti con il genio (e la sregolatezza) dello zio Sam. Ben presto l’irascibilità e le bizzarrie del regista, unite alla scellerata decisione dei produttori di tagliare bruscamente il già modesto budget, minacciarono seriamente il completamento del film. Fu necessario che Charlton Heston rinunciasse all’ingaggio per portare a termine, con fatica e tra mille tensioni, l’opera.
La pellicola fu brutalmete manomessa in fase di montaggio (accusata di eccessiva violenza), le fu aggiunta una colonna sonora ridicola e il risultato ottenuto non potè essere riconosciuto come "suo" da Peckinpah, il quale pretese che il suo nome fosse rimosso dal titolo.
Oggi grazie alla buona volontà e alla tenacia di alcuni tecnici della Sony Picture è comparsa in DVD una versione restaurata, remixata in 5.1, dotata di una nuova colonna sonora e di 12 minuti di scene inedite: un bel passo in avanti, non c’è che dire.
Il film narra l’epopea senza eroi del Maggiore Dundee (Heston) e dell’eterogeneo gruppo di uomini che egli assolda per eliminare il sanguinario capo indiano Sierra Charriba. In primo piano la guerra privata di un militare arrivista, sullo sfondo la guerra di secessione americana e l’occupazione francese del Messico. Nel film cominciano a delinearsi alcune tra le tematiche ricorrenti del cinema di Sam Peckinpah: il tradimento (della patria, degli amici, della donna amata), l’amicizia virile, il realismo della violenza, l’anarchia e l’avversione per ogni forma di potere costituito.
Il cast è eccelso: Heston è perfetto, il personaggio di Coburn non si dimentica facilmente, ma è il grande Richard Harris a rubare la scena. Splendida e memorabile la scena in cui ogni "gruppo" al soldo del maggiore canta la propria canzone, prima di intraprendere la missione.
Nonostante tutto stiamo parlando quindi di un grandissimo film e l’edizione "Director’s Cut" in DVD accresce senza dubbio la qualità dell’opera. Di certo resta il rammarico per quello che sarebbe potuto essere "Sierra Charriba", e purtroppo non è stato.