“Il Kimono scarlatto”



Anche l’amore è un campo di battaglia per Samuel Fuller: c’è sempre qualcuno che ne esce col naso spaccato. Potrebbe essere questa l’ideale tagline per un film risoluto e vigoroso come “The Crimson Kimono”. Cinema che brilla per nettezza di stacchi e contrasti. Capace di dipingere un affresco di enorme potenza servendosi di pochissime, decise pennellate. E che mai cede alla tentazione dell’autoindulgenza o dell’autocompiacimento. Piuttosto si mutila e comprime in omaggio alla strutturazione di un meccanismo narrativo in continua tensione, del tutto privo di cedimenti o lungaggini. Il cinema di Fuller ruota sempre intorno alla magistrale costruzione di racconti e personaggi in grado di spiazzare le aspettative dello spettatore. Nel "Kimono scarlatto" un torbido intrigo di malavita e malaffare nella cornice losangelina di fine anni 50 assume strada facendo i contorni di un doloroso e sagace apologo sull’amore e sulla gelosia. Su quanto sia facile vedere (in un quadro o negli occhi di una persona a cui teniamo) quello che noi decidiamo di vedere. Temi fulleriani per eccellenza come l’assoluto valore dell’amicizia maschile o l’inevitabile e continuo precipitare nel ricordo del trauma bellico (la Corea nel caso di Fuller è quantomai un luogo dell’anima), nella pregna asciuttezza stilistica del “Kimono scarlatto” trovano una delle espressioni più felici dell’intera filmografia di questo (enorme) cineasta. Grandissima capacità di scrittura, portentosa efficacia nella caratterizzazione di personaggi sapidi e taglienti, e sapiente abilità nel catturare lo spirito e l’atmosfera dei luoghi più diversi. In questo caso è la Little Tokio di Los Angeles il palcoscenico perfetto per una memorabile battaglia di Kendo tra i due protagonisti. Nel duello d’amore tra i due poliziotti, un caucasico e un nisei nippo-americano, affiorano anche i temi della discriminazione razziale e della eterna lotta che ogni minoranza negli States è costretta a combattere per affermare il suo status di piena dignità e legittima autonomia. Altre tematiche fondamentali nel percorso umano e artistico di un regista che per anni, a denti stretti, ha difeso la sua vocazione all’indipendenza. Opponendosi strenuamente a chiunque pensasse di poter fare di lui qualcosa di diverso da quello che lui ha sempre provato a fare: Cinema, con un sigaro in bocca e una pistola carica in mano.

“La tortura della freccia”

Che il film siano (e non solo siano fatti da) campi (di battaglia) è un concetto che Samuel Fuller ha tenacemente ribadito in ogni suo film. Ogni sua pellicola è luogo di scontro violento tra forze incidenti. Terreno incandescente di un contrasto sempre acceso, vivo, pulsante. Mai prigioniero della retorica o dei luoghi comuni. Tutta la sua filmografia è percorsa da un urlo (di rabbia anarchica e vigoroso furore) contro l’unilateralismo acritico che spesso alimenta patriottismi, nazionalismi, fascismi di ogni genere. "La tortura della freccia" è uno dei suoi film più belli ed interessanti. Scritto, diretto e prodotto nel 1956. Sul finire della sanguinosa guerra di secessione, un soldato sudista (un grande Rod Steiger), pur di non sottomettere la sua identità a quella dei vincitori nordisti, sceglie di "diventare" Sioux. Quando l’esercito vincitore tenterà di costruire un fortino sulla terra delle tribù indiane, sarà costretto ad imbracciare il fucile contro i suoi "fratelli di sangue" americani, colpevoli di essere venuti meno ad una importante legge di comportamento Sioux. Sulla stessa pallottola che aveva segnato la prima rottura con le radici della sua gente si dipingerà, nel finale del film, il sangue del fratello Caino. Vincolo ineludibile di appartenenza e, insieme, marchio indelebile di una colpa. La stessa che Fuller, spostando di qualche decennio in avanti l’orologio della storia, aveva già raccontato nel precedente (bellissimo) "Corea in fiamme" e che racconterà in seguito in film come "Il corridoio della paura", "L’urlo della battaglia", "Il Grande Uno Rosso". Pagine di storia vergate con il sangue dei vinti. Traumi di una nazione che forse non ha mai fatto davvero e fino in fondo i conti con tutto il proprio passato. Il "The end of the story can only be written by you" che campeggia, in caratteri rossi su sfondo nero, alla fine del film è lì a ricordarlo.

“Il corridoio della paura”

shock corridor

Samuel Fuller è senz’altro uno degli inamovibili Dei di celluloide all’interno del sacro Pantheon cinefilo che protegge questo blog. Insieme ad un altro Sam probabilmente ("quel" Bloody Sam), e a qualche altra anima di cineasta dissidente che ha solcato con il suo graffio indelebile lo schermo bianco della settima arte. Il cinema di Fuller è stato, azzardo, forse il cinema più politicamente anarchico e artisticamente sovversivo che si sia mai visto in tutta la storia del cinema. Non "imbrigliabile", libero, irridente, caustico, atrocemente ghignante. Sulla sua arte “senza arte” e mai fino in fondo compresa si espresse Francoise Truffaut usando queste illuminate parole: "Samuel Fuller non è un principiante: è un primitivo. La sua mente non è rudimentale: è rude. Le sue pellicole non sono semplicistiche: sono semplici. Ed è questa semplicità che io ammiro in particolar modo".

 

Considerato il suo capolavoro (ma chi vi scrive ritiene il mitico “Quaranta Pistole” persino leggermente superiore) “Shock Corridor” è la storia di una definitiva e drammatica discesa negli inferi della malattia mentale, raccontata con tagliente veemenza e spiazzante creatività. Un rampante giornalista in carriera, affamato di gloria e ossessivamente proteso verso il premio Pulitzer, sceglie di mettere a repentaglio la sua stessa integrità psichica pur di "centrare lo scoop della vita" decidendo di fingersi folle con lo scopo di essere internato in un ospedale psichiatrico teatro in passato di un misterioso omicidio. Tra le mura asfissianti e pallide del nosocomio, si agita quello che resta dei fantasmi e degli scheletri del sogno americano, uscito a pezzi dopo la lacerazione nazionale subita con la guerra di Corea. Schizofrenie e paranoie per significare un “altro” politico e sociale. Tre casi emblematici di alienazione mentale per gettare un’ombra scurissima sulle propaggini estreme e sulle stessa fondamenta malate di un intero Paese. Il disertore passato a fiancheggiare i comunisti e sventolare bandiere rosse in Corea: ridotto poi coattamente allo stato di pazzia e scivolato verso la patetica e perenne rievocazione delle gloriose vittorie del generale Custer. Il nero che sventola un cartello con su scritto “Integration and democracy don’t mix: go home nigger!” e si affilia al Ku Klux Klan per propagandare il motto “L’america agli americani”: è stato colui che da piccolo ha fatto da cavia in una scuola in uno dei primi tentativi di integrazione tra bianchi e neri. Con esiti disastrosi e traumatizzanti. Il fisico premio Nobel inventore di armi di distruzione di massa, scienziato di eminente grandezza intellettuale precipitato ad uno stato mentale di pura ingenuità infantile. Uno psichiatra dal nome a dir poco significativo: doctor Christ, impotente ed esangue figura di tutore dell’ordine. Ossessioni, ipocrisie, nefandezze di una nazione costruita per vincere e forse definitivamente condannata a perdere la sua battaglia più importante. Nell’ospedale psichiatrico la riproposizione soltanto leggermente più reale di quello che avviene “fuori”, tra la cosiddetta gente normale: malati che litigano sul proprio minuscolo “pezzo” di proprietà privata (una manciata di pillole ricostituenti), razzismo, discriminazione, devianza, ninfomania, “bombe di sessualità repressa”. Capolavoro di orgiastica potenza visiva e concettuale. Sovra-impressioni. Temporale. Fuller on fire.

“Quaranta pistole”

quaranta pistoleE finalmente siamo a Fuller, il grande Fuller, il non-allineato per eccellenza, il più libero (quindi il più ostracizzato). Dopo lunga attesa ho potuto coronare il sogno di vedere come si deve il mitico “Quaranta pistole”, grazie anche allo splendido lavoro della Dolmen (che ha fatto un DVD dalle qualità audio-video impressionanti). Film assolutamente inebriante, vitale, arioso, fresco (sebbene girato esattamente 50 anni fa). Narra le vicende di passione dell’agente federale Griff Bonnell (un ottimo Barry Sullivan) , sicario dalla parte della legge, e dell’amazzone a cavallo Jessica Drummond (una allusiva e grandiosa Barbara Stanwyck), la quale controlla una vasta zona di suoi possedimenti attraverso l’esercizio della violenza e l’appoggio di quaranta pistoleri-ladroni al suo soldo. L’integerrimo difensore della giustizia viene via via ammaliato dalle profferte della donna (archetipo perfetto di dominatrice dalle forti valenze erotiche, figura conturbante di high riding woman with the whip), ma dinanzi all’amore per la donna mette il vincolo di sangue con i suoi fratelli. Pellicola strepitosa e memorabile, con una regia magistrale. In ogni singolo istante di film quello che Fuller riesce a trasmettere magnificamente con il suo personalissimo “sguardo” è uno straordinario senso di libertà espressiva, che spesso e volentieri deriva dal gusto dell’azzardo e dalla volontà di raggiungere una spiccata originalità di immagini. Senza sosta e senza soluzione di continuità, nell’arco di 78 densissimi minuti, si alternano riprese dal basso, riprese dall’alto, ampi e avvolgenti movimenti di macchina, lunghe carrellate, particolarissime invenzioni visive. Tutto all’insegna di un grande senso del movimento e della vitalità visiva più esuberante. L’uso poi del cinemascope permette al regista di “aggredire” gli spazi e lo spazio in modo magistrale, e di giocare tantissimo sulla profondità di campo. Anche la sceneggiatura, spesso ellittica, e lo script (alcune battute fulminanti sono degne del miglior Wilder)  poggiano sugli stessi criteri di rottura con gli elementi più convenzionali del genere. Il film fu scritto, diretto e prodotto dallo stesso Fuller. Fotografia sorniona e chiaroscurale. Ottimo apporto musicale, dato da un paio di belle ballate. Personalmente in tre sequenze almeno ho sentito correre lungo la schiena un serpente a sonagli di emozione. Perla di rara bellezza. Thanks Samuel.

 

Voto personale: 9e ½