“Colpo d’occhio”

Che il cinema italiano non versi in condizione di salute ottimale, è un dato di fatto. Che la produzione cinematografica tricolore sia ormai per buona parte un triste susseguirsi di commediucole generazionali e melensaggini assortite, lo abbiamo detto più volte. Eppure: qualche rara, rarissima eccezione in questo desolante e desolato panorama ancora c’è. Sergio Rubini è uno dei pochi che quantomeno tenta di fare qualcosa di diverso, di più ambizioso (forse anche troppo), rispetto al piattume generalizzato. Questo "Colpo d’occhio" per esempio è una aguzza riflessione sul rapporto tra artista e critico, e sulla contrapposizione (insita tra le pieghe di questo rapporto) tra la fecondità generatrice dell’artista e la fredda sterilità del critico. Sulla base di questa interessante idea di partenza, il buon Sergio ha costruito una specie di noir "in crescendo", dall’intreccio magari non particolarmente originale e con qualche pecca soprattutto nel finale, ma nel complesso non privo di una certa forza. La vicenda ruota intorno al più classico dei triangoli amorosi, costituito nel film dal terzetto Rubini (bravo come sempre), Puccini (carina, garbata, molto gradevole), Scamarcio (probabilmente in un ruolo parecchio oltre le sue capacità attoriali). Nonostante più di un difetto però, le due ore circa del film trascorrono comunque in modo piacevole alquanto. Regia curata, recitazione tutto sommato non così indifendibile, bell’uso delle location (e in questo Rubini aveva già dimostrato occhio con il precedente "La terra"), una divertente partitura musicale di Pino Donaggio, qua e là qualche rispettoso e affettuoso ammiccamento felliniano. Consiglio di vederlo. Sergio Rubini da queste parti ci sta parecchio simpatico. E’ bravo, intelligente e soprattutto pugliese. Lo difendiamo nei limiti del possibile e nonostante Scamarcio. Per la serie: non tutti i pugliesi sono uguali. E meno male, aggiungo.

 

[***]

Annunci