“Nel paese delle creature selvagge”

Si può sostenere tranquillamente che certi film, più di altri, nascono sotto l’auspicio favorevole di una buona stella. Miracolose alchimie di immagini e suoni, perfetti connubi di cuore e cervello, dove ogni cosa sembra essere la cosa giusta al posto giusto nel momento giusto. Dove accade esattamente quello che dovrebbe accadere. Conoscete un modo per accontentare tutti? Non facile, quando la creazione di mondi passa attraverso l’intercapedine imprescindibile della scrittura. Passaggio spesso ostruito da cumuli di dubbi e detriti di razionalità inesausta. Un foglio bianco su cui diventa improvvisamente difficilissimo riversare se stessi e quello che si ha dentro. Il mestiere di raccontare può diventare la cosa più difficile del mondo se non si conosce, o si è smarrita per strada, la capacità di giocare. Scoprire la dimensione dello stupore e la vivificante potenza della fantasia come unici antidoti alla solitudine e alla tristezza (dello scrittore così come di ogni altro genere di sognatore) è allora imperativo. Pena l’esclusione da un intero universo di avventure e navigazioni. Il crollo del castello che sorregge il proprio play.  Se nei suoi due precedenti film Spike Jonze aveva prediletto, anche grazie alle straordinarie sceneggiature di Charlie Kaufman, un complesso discorso sulla complessità della scrittura, con “Nel paese delle creature selvagge” sembra che Jonze abbia voluto spostare il baricentro del suo cinema dal cervello al cuore. Generando un film miracoloso, che dietro la tenerezza di una meravigliosa anarchia continua comunque a far affiorare la complessità stratificata di una nuova potente riflessione sulla stretta interconnessione che lega il mondo dello scrittore a quello delle sue creature. Selvagge perchè partorite dalla mente di un bambino, figlie di una fantasia non regimentata e non ammorbata da sovrastrutture adulte. Scrivere il proprio nome su qualsiasi cosa (sul logo della Warner, su un tronco d’albero o sulla carena di una barchetta) è il segno di un  desiderio di creazione e di fuga. Da una realtà che ferisce e frantuma qualsiasi necessità di amore e di condivisione. Esigenza fondamentale, che nasce sempre da una perdita o da un distacco, e che riesce a trovare un suo canale di espressione nella scrittura. Nascondersi per rivelarsi. Parlando la lingua universale di cui sono fatti i sogni.

 

[*****]