“Ten minutes older: the trumpet”

Scolpire il tempo significa plasmare una materia di per sè plasmante. Significa far coincidere la propria esistenza “creatrice” con la sussistenza autonoma di una entità immateriale ed ineffabile. Intangibile e immutabile, con cui necessariamente ogni uomo deve fare i conti. Ogni film-maker cristallizza frammenti di tempo nella sua opera, ogni spettatore spende razioni di tempo guardando un film. Nella durata di una qualsiasi visione cinematografica o televisiva, si consuma il dramma ineludibile di un doppio invecchiamento. Quello di chi è dentro lo schermo (incatenato nei ceppi della sua cornice/phrame, e condannato a passare sempre uguale a sè stesso) e di quello che è fuori (che sperimenta invece la condizione transitoria e fugace della fragilità esistenziale, e insieme l’assoluta irripetibilità di ogni istante, di ogni percezione). Time is a river. The irresistible flow of all created things. One thing no sooner comes into view, than it is hurried past and another takes its place, only to be swept away in turn. "Ten minutes older", dieci minuti più vecchio. Lo scarto che si consuma dai titoli di testa ai titoli di coda in ognuno dei sette cortometraggi che compongono questo primo "emisfero"  cinematografico (al secondo, intitolato "The cello" e strutturato nello stesso modo, dedicherò un post prossimamente). Straordinaria la “sutura” musicale fusion tra i vari corti: esecuzione straordinaria (illuminata dalla tromba, eccelsa. del sudafricano Hugh Masekela) di una partitura di Paul Englishby.

"Dogs have no hell" (Aki Kaurismaki)

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Una ideale appendice insonorizzata e laconica del laconico capolavoro Kaurismakiano "L’uomo senza passato". Ancora Markku Peltola e Kati Outinen protagonisti di una improbabile fuga d’amore in treno verso Mosca. L’uomo che abbandona la sua condizione di reclusione e fugge verso una ritrovata libertà è ancora una volta come disabituato a vivere, impossibilitato a gestire appieno il suo destino di uomo. Per farlo necessita di avere accanto a se una donna. E di unirsi a lei nello sguardo/illusione di un vagone in movimento. Puro cinema delle persistenze.  [***1/2]

"Lifeline" (Victor Erice)

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Victor Erice è un cineasta quasi del tutto assente dalla nostra percezione collettiva. I suoi tre lungometraggi (su tutti “Lo spirito dell’alveare”) sembrano non esistere. Sottratti. Relegati ad una dimensione distante, inaccessibile, ignota. Sperduta nella notte dei tempi/del tempo di una Spagna rurale, arcaica, immota. Questo splendido “Lifeline” ci ricorda che Victor Erice c’è, ed è ancora in grado di farsi sentire. Senza avvertire la necessità di urlare. Sussurrando una ninnananna della tradizione asturiana. Arrestando l’emorragia che si spande dal cordone ombelicale di un neonato, poco prima che la Spagna paghi il suo tributo di sangue nell’estate del 1940. [****]

“Ten thousand years older” (Werner Herzog)

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Cuore e centro germinativo dell’intera opera, e (forse) nucleo fondante di tutta la poetica herzoghiana. Dieci minuti di capitale, assoluta importanza. Dieci minuti che raccontano ancora, come spesso accade nel cinema di Herzog, una catastrofe dello sguardo e del linguaggio. La trasformazione dell’ultimo luogo, dell’ultimo lembo di civiltà, che per millenni si è preservato fuori dalle carte geografiche in un posto qualsiasi. Dieci minuti che ripercorrono il primo incontro con l’uomo bianco dell’ultima tribù di Indios della Foresta Amazzonica, avvenuto nel 1981, e che tornano, venti anni dopo, in quei luoghi per cogliere i segni di una disfatta, di una resa. Dei pochi istanti filmati che raccontano, furtivi, il primo incontro Herzog coglie tutta l’enorme e drammatica portata rivoluzionaria. Una popolazione che per secoli era vissuta all’età della pietra, senza conoscere i metalli, preservata dal contatto con ogni altra forma di civilizzazione, nel giro di pochi, decisivi istanti (e di qualche metro di pellicola) si ritrova con violenza scaraventata in avanti sull’orologio della storia di 10.000 anni. L’ultimo “ritaglio” di caos, l’ultimo avamposto del polemos primigenio della natura/Dio che soccombe sotto la scure del logos, dell’ordine cartografico, della norma toponomastica, della dittatura tutta “umana” del controllo. Una popolazione che in definitiva invecchia e appassisce, come nell’effetto di morphing di un film horror, nell’arco di pochi secondi. Lo spettatore invecchia di altri dieci minuti. Il suo modo di guardare al reale non è più lo stesso di dieci minuti prima. Non ci si bagna mai due volte nell’acqua dello stesso fiume, diceva qualcuno. [*****]

Int. Trailer Night” (Jim Jarmusch)

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Jim Jarmusch ha scelto di spendere i suoi dieci minuti in modo decisamente singolare. Non poteva essere altrimenti. Jarmusch ha scelto di utilizzare il suo “tempo” all’interno del camper di un’attrice, raccontandone una pausa, descrivendo l’intervallo tra una ripresa e l’altra. Non succede assolutamente nulla nei 10 minuti in bianco e nero del corto di Jim Jarmusch: una sigaretta, una telefonata, Glenn Gould e le variazioni Goldberg a “riempire” un interludio al niente lungo 10 minuti. Interlocutorio, ironico, non-sense. Grandissimo. [****]

“Twelve miles to Trona” (Wim Wenders)

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Wim “Amico Americano” Wenders ha girato il suo corto nel cuore dell’entroterra del suo grande paese d’adozione. Ancora una volta. Girando (ancora una volta) un (mini) road movie tanto esile sul piano narrativo quanto particolare (sebbene forse poco riuscito) sul piano delle soluzioni visive. I deliri allucinatori del protagonista al volante hanno dato modo a Wenders di calcare il piede sull’acceleratore di effetti digitali, distorsioni audio-visive e roboanti scelte musicali. Interessante. Ma non di più. [***]

“We wuz robbed” (Spike Lee)

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I dieci minuti più spiccatamente politici (e polemici) di tutto il film sono senza dubbio quelli di Spike Lee, regista sempre più committed del panorama cinematografico a stelle e strisce. Il suo corto è un breve e stringatissimo documentario, girato in bianco e nero (la scelta del b/n, così come quella del montaggio serrato tra vari brani di parlato, ricorda molto alcune celebri pubblicità per la televisione che Spike Lee ha girato per la TV americani anni fa) sui brogli elettorali verificatisi in Florida per le elezioni presidenziali del 2000. Elettori di colore a cui fu impedito di votare, oggettive difficoltà tecnica nelle procedure di voto (le famose schede bucherellate a lettura automatica), momenti di empasse nello staff del candidato democratico alla presidenza Al Gore. Il tutto raccontato da chi quei momenti li ha vissuti dal di dentro e ha potuto ascoltare in presa diretta la famosa telefonata di Al Gore a George W. Bush del “You don’t have to get snippy about this”. Il resto è storia nota.  [***]

“100 Flowers hidden deep” (Chen Kaige)

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L’ultimo capitolo di “Ten minutes older” è affidato alla mano del cinese Chen Kaige. Un delicato apologo sull’importanza capitale della fantasia, che non risparmia qualche stoccata polemica nei confronti della sua Pechino. Città in cui oggi persino una persona che vive a Pechino da molti anni potrebbe perdersi. E che forse non riesce a vedere (o non vuole vedere più) le tracce del suo passato glorioso. [***1/2]

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“Miracolo a Sant’Anna”

 

Diciamolo subito. “Miracolo a Sant’Anna” non è un bel film. Non è un film che secondo me potrebbe accampare pregi stilistici, estetici, artistici. Proprio no. Persino il contrario: in base a parametri di gusto personale il film può essere tranquillamente definibile brutto, ed è probabile che sotto molti aspetti lo sia per davvero. E’ un film bellico girato in modo convenzionale, se non scialbo, persino televisivo. Scritto in modo prevedibile, molte volte stucchevole, dolciastro. E’ poi un film in cui l’assenza di un qualunque attore di peso e carisma si avverte eccome. Ha tra l’altro il più grande difetto tipico di molti film bellici: l’inutile lungaggine. E’ però un film che racconta una pagina di storia di per sé controversa (italiana, americana, ma non solo) come la guerra di liberazione italiana attraverso una prospettiva del tutto nuova: quella di un regista di colore sempre più committed come Spike Lee. Il suo sguardo sul fenomeno della resistenza e sul contributo dell’esercito americano alla liberazione del nostro paese è ovviamente diverso da quello che potevano avere cinquant’anni fa grandi intellettuali come Cesare Pavese o Vasco Pratolini. Non è inutile dirlo, viste le solite circensi polemiche politiche che hanno accompagnato l’uscita del film. A Spike Lee, americano in trasferta nel Bel Paese (quindi facile preda della “sindrome registica da cartolina illustrata”), interessa spostare l’attenzione su un altro elemento del discorso: sull’apporto che decine di soldati di colore hanno offerto non a sostegno di un paese che non sentivano come il loro paese (quegli states ancora durante la guerra pesantemente ammorbati dalle discriminazioni razziali) ma di una causa che, questa sì, anche loro (proprio loro) sentivano come la loro causa. Sangue versato per tentare di generare un flusso di appartenenza, di rivendicazione, di condivisione. Per generare la scintilla di un miracolo di luce nel buio fitto di una guerra che ha ucciso Dio filmandone la stessa morte. Spike Lee introduce quindi molti elementi di complessità in un importante capitolo della nostra storia recente, spesso rappresentato nella cornice semplice e manichea di una lotta di buoni-buoni contro cattivi-cattivi. La verità è sempre più sfaccettata, complessa, scomoda, minata da tradimenti incrociati, da improvvise incursioni di pezzi di “bene” dentro pezzi di “male”. E viceversa. Oltre il colore della pelle, oltre il colore della divisa. A significare che forse la storia, tutta la storia, è parecchio più complessa di come ce l’hanno raccontata i vincitori. Ce lo ricorda il montaggio spavaldamente “audace” di una specie di preghiera universale dei perdenti della storia, nel quale si intrecciano le voci di un burbero capo-quartiere fascista, di un truce giustiziere nazista e dell’armata di soldati neri mandati a morire nelle campagne toscane. Tranciati dalle svastiche tedesche. Lontani secoli dalla loro casa, eppure in qualche modo a casa nel combattere quella battaglia così decisiva.

 

[***]