“Gozu”

Una disturbante e perversa immersione nei colori dell’incubo. Surreale, bizzarra, filosofica, estrema. Spiazzante. Un cinema appunto “estremo” e weird quello del nipponico Takashi Miike. Cinema degli eccessi (non per tutti i gusti). Non solo. Cinema in grado di contenere al suo interno riflessioni e suggestioni di notevolissima portata filosofica. Inserite nella cornice nobile di un cinema “di genere”, trans-ibridazione tra il thriller psicologico, l’horror e lo splatter più truculento. “Gozu” è considerato uno dei suoi capolavori, all’interno di una filmografia vastissima e polimorfa. Non certo una visione facile o “tranquilla”, però. Approcciare un film del genere richiede da parte dello spettatore la capacità/voglia di mettersi in gioco ed entrare in un’altra dimensione, abbandonandosi in maniera totale al flusso di immagini oniriche che il regista ha scelto di proiettare su di noi. Se si è in grado di fare questo, se si è in grado per due ore di estraniarsi da ogni tentativo di “spiegazione logica”, allora si sperimenteranno sensazioni decisamente “forti”. Un tentativo di interpretazione può essere semmai abbozzato soltanto dopo la visione del film (la tempistica, per film come questi, può essere un elemento fondamentale) quando quelle immagini turbolente hanno raggiunto un minimo grado di sedimentazione all’interno della nostra sfera percettiva. Solo allora si potrà (ripeto) tentare di analizzarle. “Gozu” racconta la storia di una ricerca. All’interno del micro-cosmo della mafia giapponese, un giovane adepto di una importante famiglia criminale viene incaricato di “eliminare” un altro componente del clan: quello che lui chiama suo fratello, un individuo pericolosamente affetto da evidenti manie di persecuzione che lo portano a compiere gesti inconsulti di inusitata violenza. Il giovane crede di avere ucciso (o, in qualche modo) “cancellato” il suo fratello/mentore (una proiezione di sé? Un doppio? Una frammentazione complementare della sua stessa psiche?), ma gli eventi (o forse solo una loro percezione allucinata e distorta) dimostreranno che non è andata così. Il “fratello” del protagonista tornerà a manifestarsi, sebbene in altra “forma sensibile”, favorendo nel giovane un processo di agnizione identitaria (primariamente sessuale e “ di genere”) e di maturazione interiore. Una identità, quella finalmente (forse) “partorita” nella a dir poco sconvolgente sequenza finale del film, comunque sempre in bilico tra spinte divergenti, sempre giocata su una dualità (bene/male, maschio/femmina, nascita/morte, eros/tanatos) emblematicamente incarnata in una inquietante “presenza”: Il Gozu, uno Yokai, ovvero una figura mitologica umanoide dalla testa di bovino. Palingenesi, purificazione, fecondazione, rinascita. Concetti connessi anche con la presenza ricorrente nel film di un simbolo con fortissime valenze psicanalitiche come il latte materno. Un liquido biologico che, per metafora, sembra riportare l’uomo ad uno stato di primordiale, provvidenziale, salvifica naturalità. Lontano dalle sovrastrutture “castranti” di una società che pare perseguire come unico scopo l’annullamento e l’omologazione di tutto ciò che è altro da sé. E questa specie di “Lost highways” in versione Far East rappresenta, ve lo posso assicurare, una visione totalmente e definitivamente altra. Provare per credere.

 

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