“Sweeney Todd”

Una emorragia di grandi pellicole bagna le poltrone dei cinema italici in questi giorni. Dopo P.T. Anderson e i Coen Bros, ci si è messo anche Tim Burton. Tanto per aggiungere altra “carne al fuoco”. Noi lo ringraziamo e assaggiamo volentieri la pietanza prima che si raffreddi. Il suo “Sweeney Todd” è una specie di insolita operetta dark, immersa in una Londra fumosa e dickensiana, dallo splendido impatto visivo. Ci sono tutti gli ingredienti tipici del cinema burtoniano in questa graphic novel in musica(l): sua moglie (Elena B. Carter, divertentissima in questo film), sé stesso (nella persona di Johnny Depp), lo humor nero, l’affetto per gli outsider e per i “diversi”, condannati all’isolamento dalla razza dei cosiddetti “normali”. La prima parte del film (lo confesso) mi stava lasciando parecchio perplesso. Complessivamente l’impianto melodico delle canzoni non mi ha convinto per nulla: armonizzazioni baroccheggianti, complesse, per nulla orecchiabili. Qualche vecchia volpe della Hollywood che fu affermava che, nel caso di un musical, se quando esci dal cinema non hai almeno un motivetto in testa da fischiettare tornandotene a casa, allora quel musical ha fallito. In “Sweeney Todd”, da un punto di vista strettamente musicale, ho sinceramente rimpianto le partiture lineari, dardeggianti e magnificamente gotiche di quel genio musicale che è Danny Elfman. Mi ha spiazzato non poco vedere (credo per la prima volta) un film di Burton, e peraltro un musical, privo delle note malinconiche e familiari del buon Danny. Il miglior musical burtoniano resta a mio parere, e staccato di parecchio, “Nightmare Before Christmas”, saldamente al primo posto nelle preferenze affettivo-sentimentali del sottoscritto nell’ambito della cinematografia di questo visionario e instancabile regista-sognatore. Complice una prima parte abbastanza fiacca e dolciastra, un po’ persa in gorgheggi e arabeschi vocali assortiti, mi avviavo quindi verso la triste ma necessaria presa d’atto della delusione. Mi sono dovuto ricredere nel corso del secondo tempo.

 

Il film decolla definitivamente grazie a un delizioso numero musicale che ci dice come sono buoni i bianchi: soltanto questa divagazione antropofagica, da sola, vale a mio avviso il prezzo del biglietto. Di lì in poi è un crescendo rossiniano di gole tagliate e cadaveri ammassati. Uno zampillio continuo di carotidi recise. Cromaticamente meraviglioso il contrasto tra il rosso vivo dell’emoglobina delle vittime del barbiere di Fleet Street e il grigiore diffuso e uniforme, mortuario, della scenografia. Grandissimo a questo proposito il lavoro di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo sulle scenografie, premiato meritatamente con l’Oscar. Una climax assolutamente godibile e visivamente appagante quindi, fino ad arrivare al riscatto completo dello splendido finale: cupo, per nulla consolatorio, “baviano” come non mai. Ci vuole un bambino per mettere la parola fine al funesto gioco al massacro dei grandi. “Così imparano a fare i cattivi”. In una pozza di sangue si mescolano il sangue dei colpevoli e quello degli innocenti, quello delle vittime e quello dei loro carnefici. Come sempre accade nella vita, bene e male si confondono uno con l’altro. Come in un sogno dai contorni sfocati. La vita stessa è un “sogno” necessario. E l’incubo non è che l’altra faccia di questo stesso sogno. Morire senza aver mai sognato è davvero il peggior incubo che si possa vivere.

 

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