“Io non sono qui”

Prendete sei film, sei nastri di pellicola, sei cartoncini colorati. Tagliuzzateli e sminuzzateli in tanti frammenti-tessere di mosaico. Mescolateli con cura. Ora ricomponeteli secondo le (non) regole di una associazione libera e scardinata, narratologicamente sconnessa, implosa insieme ad ogni appiglio di veridicità spazio-temporale ma armoniosamente intrecciata grazie al potere taumaturgico della musica. Raccordi alla Altman, suggestioni alla Rochard, polifonia ad una voce sola. Una trottola colorata con sei spicchi di sei colori diversi, questo mi ha ricordato lo splendido film di Todd haynes che (finalmente, grazie all’uscita in DVD di una bella edizione curata dalla BIM) ho avuto la possibilità di vedere. Messa in rotazione, la difformità cromatica della superficie smaltata-laccata della trottola si trasforma in un’unica macchia bianca. Uniforme, ma illusoria. E se i fotogrammi (oggetti statici) non sono che la più beffarda illusione del movimento, la loro successione diventa kùnema (movimento, appunto), la forma d’arte che più somiglia alla vita vera. Verità-libertà. La più alta forma di libertà? La libertà di cercare, di esplorare, di cambiare. Avere “ieri, oggi e domani tutti a portata di mano, tutti in una stanza” si dice nel film. Avere una identità? Meglio averne mille. Bob Dylan, nelle sue molte vite, è stato un maestro in questa particolare forma di “ricerca”. Una ricerca/sfida che non si ferma davanti a niente e a nessuno, un cammino faticoso verso una dimensione forse mai raggiunta, continuamente costruita e decostruita. Come la tela di Penelope. Atto unico in sei atti.

Il “Fake” Woody Guthrie (Marcus Carl Franklin), proiezione di una leggenda, bambino bianco che sui treni merci si comportava da adulto nero fatto e finito. Sindacalizzato e arrabbiato, imbevuto dei blues e delle canzoni di protesta della gente del ghetto, la chitarra che ammazza i fascisti di tutto un pianeta. Colori semplici ed arcaici, da America profonda, sfumature rurali, come nei western che si facevano una volta. Blowin’ in the wind.

Il “poeta simbolista” (Ben Whishaw), re-incarnazione di Athur Rimbuad, artista del trapezio annegato nello spleen di una deriva esistenziale completa. “Accetto il caos, ma non sono sicuro che lui accetti me”. Telecamera fissa e sguardo in macchina. Bianco e nero sgranato. Forever young.

Il “Profeta” Jack Rollins (Christian Bale). Convinto portabandiera di importanti battaglie civili, audace sostenitore di istanze di parità e di giustizia sociale, attraverso la sua musica fondata sul recupero della grande eredità della tradizione Folk americana era diventato la coscienza critica di una generazione. Disilluso per aver visto anche il suo “impegno” fagocitato dalle fauci ingorde del mercato discografico, si avvicinerà al messaggio religioso indossando la stola del Pastore in una comunità Pentecostale. Nuova metamorfosi nella metamorfosi. Nello stile freddo e impersonale da documentario postumo, con tanto di testimonianze, sottopancia e materiale di repertorio. The times they are a-changin’.

haynes

La “Star of electricity” Robbie Clark (il compianto Heath Ledger). Il Dylan privato, quello della fugace ed infelice esperienza cinematografica, quello della tormentata relazione con la donna che gli dette due figli. Relazione che come un filo rosso accompagnò gli anni più travagliati della storia americana del dopoguerra. Relazione non a caso andata definitivamente in frantumi in quel 23 Gennaio del 1973, quando Richard Nixon annunciò a reti unificate la fine della guerra nel Vietnam. Stile mosso, quasi europeo, intimista, direi godardiano. Simple twist of fate.

L’ “Astronauta” Jude/Giuda Quinn (immaginifica/immaginifico Cate Blanchett), traditore di una causa (la musica come urlo di protesta) e di un “way of thinking” (l’unplugged, rimpiazzato dall’uso massivo dell’elettronica). Distorto e dissonante affastellamento di nevrosi, ossessioni, pulsioni. Critici che con la loro penna al veleno cercano di costruire autostrade nel bel mezzo di vallate incontaminate di pensiero. “Do you…Mr. Jones?”.  Nuova via, black panthers, crisi creative e psicofarmaci, tarantole, balene e Allen Ginsberg. Bianchi e neri felliniani.“Perché mi hai fatto a tua immagine?”. Just like a woman.

E infine l’ “Outlaw”, il fuorilegge Mister B. (Richard Gere) immagine e rievocazione del fantasma di Billy The Kid. Fuggitivo scheletro nella città-fantasma di Riddle, a protezione di un passato ormai in scacco, sepolto sotto la colata cementizia di una presunta idea di progresso. Alla ricerca del suo cane, incrocerà lo sguardo con il piccolo Woody Guthrie. Per un lunghissimo istante. Sempre pericoloso guardare in faccia sé stessi: si rischia di bussare e non trovare nessuno. Sam Peckinpah era uno che questo lo sapeva. E lo sapeva anche Pat Garrett, nel momento in cui mandava a morte il suo migliore amico Billy. Specchi in frantumi. Cerchio che si chiude. Knockin’ on heaven’s door.

 

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NOTA: Cambio momentaneamente sistema di valutazione, userò le stellette (un massimo di cinque, mezzi voti ammessi) per un certo periodo di prova.