Cinque mogli e sessanta film / Tributo a John Huston

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In principio era John Huston. Nessun regista, nella storia del cinema, ha incarnato meglio di Huston la figura del patriarca. John Huston è stato il Noè che dentro l’arca rivestita di pece dei suoi film ha solcato i mari di oltre 40 anni di storia americana (e non solo) superando capitomboli produttivi, lavorazioni tribolate, disavventure economiche, fallimenti familiari. Lo ha animato un profondissimo amore per l’avventura, per il rischio, per l’impresa compiuta sulla base di un pactum societatis tra uomini di coraggio. Lo ha sostenuto uno slancio vitale di raro vigore, figlio di una infanzia minata dal rischio concreto della malattia e della invalidità. Il Torino Film Festival di quest’anno si accinge ad omaggiarlo con una importante e preziosa retrospettiva integrale dei suoi film. “Cinque mogli. Molte relazioni, alcune più importanti dei matrimoni. La caccia. Le scommesse. I purosangue. La pittura, le collezioni, la boxe. Sceneggiatura, regia e interpretazione di oltre sessanta film. Non riesco a vedere nel mio lavoro alcuna continuità: quel che colpisce è vedere quanto i miei film siano diversi l’uno dall’altro. E neanche riesco a trovare un filo conduttore nei miei matrimoni. Nessuna delle mie mogli ha avuto una sia pur vaga somiglianza con una qualunque delle altre, e di certo nessuna di loro somigliava a mia madre. C’è stato di tutto: una studentessa, una gentildonna, un’attrice cinematografica, una ballerina e un coccodrillo.” Un gineceo della biodiversità. Un’apparente Babele di donne. E di titoli, generi, mondi cinematografici.: Huston nella sua sconfinata filmografia ha toccato ogni territorio cinematografico possibile. Provare a ripercorrerla è un avventura incredibile e stupefacente. Un esordio folgorante con una delle pietre miliari del noir di tutti i tempi con “Il mistero del falco” nel 1941. Nel ’43, impegnato in prima linea come pilota nelle operazioni di guerra dell’Esercito Americano in Italia, dirige il documentario bellico “La battaglia di San Pietro” e altri reportage di guerra in Tunisia e in Alaska. Il dopoguerra si apre con un film che rappresenta una delle indiscutibili vette di tutto il cinema Hustoniano: nel “Tesoro della Sierra Madre” torna a dirigere Bogart e suo padre Walter Huston, leggendario caratterista dalla risata omerica e dallo straordinario carisma. Nel ’48 ancora un serratissimo noir costruito sul fenomenale triangolo di attori Bogart-Bacall-E.G.Robinson con “L’isola di corallo”. Il ’50 è l’anno di uscita di “Giungla d’asfalto”, uno dei vertici del cinema americano di tutti i tempi, in cui esordisce una giovanissima Marilyn Monroe, scoperta e valorizzata per la prima volta proprio da Huston. Gli anni ’50 proseguono con un altro grandissimo film di ambientazione esotica costruito sul ghigno ispido di Bogart (“La regina d’Africa”) e proseguono con un singolarissimo e rutilante bio-pic dedicato alla vita e all’opera di Toulouse Lautrec (“Muolin Rouge”), con il miglior adattamento cinematografico di sempre del capolavoro di Herman Melville (un eccellente “Moby Dick” con Gregory Peck e Orson Welles), con la partecipazione non accreditata all’”Addio alle armi” di Charles Vidor e con altre 2 o 3 grosse produzioni che portano Huston a lavorare con attori del calibro di John Wayne, Robert Mitchum, Deborah Kerr, Errol Flynn e Juliette Greco. Gli anni ’60 si aprono con la prima vera incursione di Huston nel Western. “Gli inesorabili”, con Audrey Hepburn e Burt Lancaster, ribalta lo spunto narrativo di “Sentieri Selvaggi” e in parte anticipa la tendenza “progressista” che avrebbe contraddistinto il nuovo western degli anni successivi, da “Soldato Blu” al “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn. Ancora nel ’60 un’altra tappa fondamentale con “Gli spostati”, primo e unico adattamento cinematografico da un opera di Arthur Miller curato dallo stesso autore e cucito su misura per Marilyn Monroe. Sarà l’ultima interpretazione completa tanto per Marilyn quanto per Clark Gable, già gravemente malato durante le riprese. Nel ’62 un altro film biografico, questa volta dedicato addirittura alle passioni segrete di Sigmund Freud. Dell’anno successivo è “I cinque volti dell’assassino”, un singolarissimo thriller in bianco e nero che al fianco di George C. Scott e Kirk Douglas riesce ad allineare in 4 irriconoscibili camei 4 pezzi da novanta come Tony Curtis, Burt Lancaster, Robert Mitchum e Frank Sinatra. Il 1964 è l’anno di uno dei film più personali e controversi di Huston: “La notte dell’Iguana”, tratto da un soggetto originale di Tennessee Williams, grazie all’estremo fascino della location messicana di Puerto Vallarte, al prodigioso bianco e nero di Gabriel Figueroa e ad un cast di primissimo ordine (Richard Burton, Ava Gardner, Deborak Kerr e la lolita Sue Lyon) è una delle pellicole hustoniane più difficili da dimenticare. Nel ’66 Huston si concede una imprevista vacanza in Italia e accetta la sfida propostagli da Dino De Laurentis, di mettere mano ad una versione cinematografica del libro dei libri. Huston, agnostico e parecchio lontano dal sentire italico-cattolico, firmerà la regia di “The Bible-In the Beginning”, marmoreo e sfaccettato adattamento di alcuni passi del Vecchio Testamento. Si deve ad una improbabilissima scelta di De Laurentis uno dei momenti cardine di tutto il cinema Hustoniano come l’episodio biblico del Noè-Huston contenuto nel film. L’episodio, isolato dal contesto di un film in molti passaggi invecchiato malissimo, può essere letto come una esplicita dichiarazione di poetica e, forse, come una sorta di testamento spirituale anticipato. Quella melodia che un canuto, straordinario Huston suona al flauto mentre chiama a raccolta gli animali di ogni specie esistente per salvarli a bordo della sua incredibile arca è il canto di un cineasta unico, che come sottolinea anche Morando Morandini nel suo storico Castoro, è riuscito a coniugare nella sua personalità e nella sua opera il talento dell’artigiano e la visione dell’artista, il gusto eccentrico dell’autore e il franco pragmatismo del regista su commissione.

Nel 1967, solo pochi mesi dopo aver terminato di girare un film impregnato di rigorosa ortodossia cattolica in Italia, Huston torna in America e filma “Riflessi in un occhio d’oro”, un disturbante melodramma da camera incentrato sulle pulsioni omosessuali sotterranee che strisciano all’interno delle famiglie di alcuni membri dell’esercito americano di stanza in un campo militare in Georgia. Le magnifiche interpretazioni della coppia di protagonisti (due come Marlon Brando e Liz Taylor) e la sontuosa fotografia del fidato Oswald Morris, virata nelle tonalità “dorate” del giallo e dell’arancio rendono questo film un altro elemento di assoluto rilievo nella filmografia di John Huston. Sempre del ’67 è la partecipazione di Huston al folle film-vacanza di ispirazione bondiana “Casino Royale”. Il più spurio tra gli spuri di marca bondiana è un film rutilante e allegramente sconclusionato, alla cui regia si alternarono almeno 3 registi diversi e che radunò nel variopinto cast elementi come David Niven, Peter Sellers, Woody Allen, Orson Welles, Ursula Andress, William Holden, Richard Burton e Peter O’Toole. Negli anni successivi seguono un brillante e scattante film in costume ambientato nell'Irlanda di inizio 1800 (“La forca può attendere”, sulle gesta di un fulvo ladro mascalzone impersonato da John Hurt), uno ambientato in Francia durante la guerra dei Cent’anni (“A walk with love and death”) e uno in Russia nel pieno della guerra fredda con i bergmaniani Bibi Andersson e Max Von Sydow (“A Kremlin letter”). Il ritorno negli States di Huston coincide con un altro suo grandissimo film: “Fat City” (in Italia “Città amara”), del 1971, è una elegia crepuscolare e malinconica dei perdenti nel mondo sordido e derelitto della Boxe dei non professionisti. Presentato a Cannes nel 1972, con un giovanissimo Jeff Bridges e un ottimo Stacy Keach, magnificamente fotografato da Conrad L.Hall,  ha uno dei suoi punti di forza in una memorabile colonna sonora curata da Marvin Hamlisch. A stretto giro di posta Huston torna a frequentare la terra del vecchio West, ma i tempi sono maturi per portare a termine una profonda opera di destrutturazione del genere, e “L’uomo dei 7 capestri” (“Life and times of judge Roy Beam”), con un meraviglioso Paul Newman come protagonista, ne è lo splendido risultato: a dominare è il gusto per l’epica picaresca e colorata dei toni della leggenda, intrisa nel profumo crepuscolare della malinconia per un mondo (e per un cinema) che non c’è più. Dopo Roy Beam ancora una collaborazione con Paul Newman, per “Agente speciale Mackintosh”, un secco thriller spionistico girato in gran parte a Malta. Del 1975 è il matrimonio di celluloide, inevitabile, tra Huston e Kipling con l’adattamento per il grande schermo di un suo racconto breve intitolato “L’uomo che volle farsi Re”. La produzione è una delle più sontuose che Huston sia mai riuscito ad ottenere: nel cast primeggiano due attori di enorme spessore come Sean Connery e Michael Caine e la composizione della colonna sonora è affidata al grande Muarice Jarre. Elementi che concorrono, insieme al viscerale amore di Huston per la penna di Kipling, nel far venire alla luce un altro film memorabile, tra i più belli e solenni di tutto il cinema hustoniano. Del 1979 è “Wise Blood” (“La saggezza nel sangue”), film tra i più cari a Huston, tratto da un romanzo di Flannery O’Connor. E’ la storia, a posteriori terribilmente herzoghiana, di un visionario reduce di guerra che predica un proprio vangelo senza redenzione, interpretato per giunta da un esordiente (ottimo) Brad Dourif. Gli anni ’80 si aprono con una declinazione hustoniana del cinema “di fuga carceraria” ibridato con tematiche sportive: “Fuga per la vittoria” è un altro film entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo non solo americano, anche grazie al coinvolgimento nel cast di calciatori-mito come Pelè e Bobby Moore al fianco di un parterre di attori ricco e variegato (ancora Max Von Sydow, ancora Michael Caine, Sylvester Stallone). L’horror e il musical sono due tra i pochissimi generi ancora non frequentati dall’ottantenne Huston: con “Phobia” e “Annie” il vecchio John mette il suo marchio anche su questi due generi a lui non particolarmente congeniali. Gli ultimi 3 film della sua labirintica filmografia sono, invece, 3 capolavori assoluti. Del ’84 è “Under the Volcano”, una sorta di figlio-gemello della “Notte dell’iguana”, fotografato ancora (questa volta a colori) da Gabriel Figueroa e interpretato da un eccelso Albert Finney. Dell’anno successivo è “L’onore dei Prizzi”, sapidissima satira dei mafia-movie di stampo italo-americano impreziosita da un sublime Jack Nicholson nei panni di un sicario con qualche problema sentimentale di troppo. Nel cast anche la figlia di John, Anjelica, che per la sua interpretazione vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Anjelica Huston è una presenza fondamentale anche nell’ultimo, straordinario film della lunga carriera del padre John. “The Dead”, sublime adattamento da “Gente di Dublino” di James Joyce, è l’epitaffio migliore con cui Huston avrebbe mai potuto congedarsi dal suo pubblico e dal suo, amatissimo, cinema.

 
“In quanto nonno ho acquisito il diritto di dare ai giovani qualche consiglio, basato sulla mia lunga e ostinata esperienza di trasgressore. Posso sintetizzarli in queste risposte alla domanda che spesso mi pongono: che cosa faresti (o non rifaresti) se potessi ricominciare daccapo? Passerei più tempo con i miei figli. Farei i soldi prima di spenderli. Imparerei le gioie del vino invece di quelle dei liquori forti. Non fumerei sigarette quando ho la polmonite. Non mi risposerei per la quinta volta”. (J.H.)

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Persistence of the dead

 

Quando nel 1967 George Romero, insieme ad un pugno di amici e collaboratori, decise di realizzare un film, dopo un lungo e decisivo apprendistato nelle cabine di montaggio televisive, l’idea di dirigere un horror non era così scontata. Si optò per una scelta di questo tipo sulla base di motivazioni puramente pragmatiche: un horror avrebbe avuto di certo più mercato di un western (genere che pure attirava Romero), e la sua realizzazione non avrebbe richiesto l’utilizzo di cavalli o di location difficilmente raggiungibili. Un horror a basso costo, invece, finanziato e realizzato da una vera e propria cooperativa di soci, avrebbe potuto benissimo ambientarsi nella tranquilla campagna circostante Pittsburgh. Uno dei modelli dichiarati il magnifico “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, la cui claustrofobica visione politica (vigorosamente anticomunista nel film di Siegel, del 1956) sarebbe stata aggiornata e adattata allo spirito dei tempi. Il risultato, prodotto fortunato di una fortunata serie di circostanze e talenti, avrebbe lasciato un segno profondissimo nel cinema e nell’immaginario collettivo di tutti i tempi. “La notte dei morti viventi”, eccezionale sul piano stilistico nella sua assoluta ruvidità espressiva, nella America agitata dai prodromi della rivoluzione culturale, si rivelò essere una vera pellicola-molotov, capace di innescare la sua violenta carica eversiva e di amplificarla lungo una serie di pellicole che, negli anni, ne avrebbero rappresentato i seguiti. Furono necessari 10 anni a George Romero per riuscire a completare il secondo capitolo della saga. “Zombi”, alla cui realizzazione furono chiamati a collaborare anche i “nostri” Dario Argento e Goblin, aggiungeva ai forti spunti di polemica socio-politica presenti nel primo film, soprattutto incentrati sulla questione razziale, un nuovo fronte di lotta: la scena, lunare e agghiacciante, di un enorme centro commerciale deserto, verso cui gli Zombi, in preda ad una emblematica coazione a ripetere post-mortem, fanno compulsivamente ritorno anche dopo il trapasso. La satira anticonsumistica è palese: mentre i pochi umani (umani?) sopravvissuti spendono le ultime ore della loro vita rubando merce che non avranno mai modo di consumare e combattendo una violenta guerra fratricida, una massa di morti viventi busserà alle porte del paradiso/ipermercato in attesa di soddisfare i suoi appetiti.

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E’ del 1985 il terzo capitolo della saga, lo straordinario “Day of the dead” (“Il giorno degli Zombi”). Probabilmente il segmento più radicale, pessimista ed estremo dell’opera di Romero. Gli Zombi popolano l’intera superficie terrestre, e ciò che resta di una umanità residuale, lacerata al suo interno tra bellicosi tutori dell’ordine e folli uomini “di scienza”, sconta la sua condanna a morte rinchiusa all’interno di un bunker anti-atomico scavato nel sottosuolo. Gli Zombi sembra abbiano persino riacquisito un barlume/ricordo di “umanità”, mentre quello che resta degli “uomini” sembra averlo definitivamente perso. E’ con questo film che Romero fa deflagrare, dentro il suo cinema, il carico più cospicuo di “attacchi” al sistema-America. Il rapporto con tutte le minoranze razziali, il ruolo femminile nella società, il modo di relazionarsi con tutto quanto è diverso o nuovo, il capitalismo selvaggio come caterpillar in grado di frantumare ogni logica di pensiero e comportamento umano, la perdita di dignità del morire, questioni aperte come l’eutanasia (il proiettile mortale che, spesso, si è costretti a somministrare a persone amate per evitare di vederle trasformarsi in Zombi): tematiche che hanno sempre avuto diritto di cittadinanza nel cinema di Romero, ma che, anche grazie al notevolissimo contributo degli effetti visivi di Tom Savini, con “Il giorno degli Zombi” vengono esplicitate in modo straordinariamente efficace. Tanto da rendere George Romero un regista scomodo, inviso ai potentati economici che pretendono di dettare le linee-guida ad Hollywood. Complice un risultato non esaltante al botteghino, Romero è costretto ad aspettare la bellezza di altri 20 anni prima di riuscire a tornare, ancora una volta e tra notevoli difficoltà, dietro la macchina da presa per dirigere un nuovo, il quarto, capitolo della saga degli Zombi. Completata quella che ha tutte le apparenze di una trilogia strutturata e conclusa con i primi tre film, sociologicamente imperniata su tre diversi decenni, “La terra dei morti viventi” sembra quasi la rilettura, aggiornata nei metodi e nei mezzi al 2005, del progetto originario. Sprofondata in un buio e in un caos dal sapore carpenteriano e aftermath, New York è una città in cui le differenze di classe, radicalizzate in ghetto, hanno prodotto una dicotomia estrema: i ricchi si sono accasati in una sontuosa prigione blindata costruita dal magnate dell’edilizia Kaufman (un funzionale Dennis Hopper), mentre chi non può permettersi questo lusso è costretto a sbarcare il lunario per le strade, difendendosi come meglio può dalla minaccia degli Zombi. Tra gli uni e gli altri bande di pirati metropolitani, quasi tutti ispanici (spic, come veniva apostrofato il giovane Romero), pronti a mettere al servizio del miglior offerente il loro crimine. Gli Zombi, capeggiati per la prima volta da un morto vivente coloured, imbracciate vanghe e picconi, faranno saltare in aria i dollari di Kaufman, annegandone l’onnipotenza nel suo stesso petrolio.

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Con “Diary of the dead”, del 2007 (ma ancora assurdamente inedito in Italia), l’opera romeriana si arricchisce di ulteriori livelli di lettura. Il quasi contemporaneo, di poco successivo, “Cloverfield” è stato salutato come un importante saggio teorico sulle potenzialità del cinema come mezzo di “cattura” della catastrofe e dell’orrore. Probabilmente se avessimo avuto l’opportunità di vedere il quinto capitolo della saga romeriana, avremmo trovato in questo film, molto più che in “Cloverfield”, le ipostasi di un cinema che muore nell’atto di filmare la morte, atto oramai totalmente disumanizzato e ridotto a pabulum per una umanità in preda al delirio da ripresa/documentazione/falsificazione della realtà. L’idea, geniale, di girare un falso documentario, figlio di un progetto che all’origine (nella finzione del film) doveva portare alla realizzazione di un film horror (ed ogni riferimento alla vicenda artistica e autobiografica dello stesso Romero non mi sembra puramente casuale), permette a Romero di costruire una serie di importantissime riflessioni sulla “condivisione” mass-mediologica dell’orrore nell’era di internet, dei blog e del file-sharing. E sul ruolo che il cinema può rivestire all’interno di questa Babele di immagini e suoni. Le voci di Stephen King, Wes Craven e Quentin Tarantino annunciano, in televisione, l’inizio della fine. E’ il cinema che tenta di preconizzare il (suo) futuro, cannibalizzando se stesso. Non ci rimane che attendere il compimento della profezia romeriana, e il suo inevitabile sopravviverci.

Le avventure del giovane Indiana Jones

Esiste una serie TV che ogni discepolo del professor Henry Jones Jr. non può fare a meno di conoscere. Per (ri)scoprirla bisogna spostarsi indietro nel tempo, agli inizi degli anni 90. Quando ancora la mass-medializzazione globale non sfornava un numero inusitato di serie TV, e quando al genio di George Lucas balenò l’idea di costruire una serie televisiva che raccontasse la "formazione" (caratteriale e culturale) di un personaggio ormai entrato nell’immaginario collettivo come quello di Indiana Jones. Dal 1991 al 1993 le riprese, divise in tre scaglioni, di un totale di 44 episodi, oggi rimontati in 22 capitoli di un’ora e mezza ciascuno nella (sontuosa) edizione in 3 cofanetti di DVD uscita per il mercato americano. Il 4 Marzo 1992 la messa in onda statunitense, sulle frequenze della ABC, del primo episodio. Ingentissimo il budget messo a disposizione per il progetto dalla Lucasfilm: le riprese toccarono tutti e cinque i continenti (35 paesi e più di 100 città come location), coinvolgendo nel cast per piccoli (ma significativi) cameo interpreti come Max Von Sydow, Christopher Lee, Daniel Craig, Vanessa Redgrave, Catherine Zeta-Jones, Elizabeth Hurley. Al complesso lavoro di sceneggiatura degli episodi, quasi tutti basati su soggetti originali di Lucas, contribuì in maniera sostanziale la penna di Frank Darabont. Alla regia dei singoli episodi si cimentarono cineasti come Nicolas Roeg, Terry Jones, Mike Newell, Joe Johnston. Imponente il lavoro relativo al comparto tecnico: dalla fotografia (David Tattersall) agli effetti digitali, dal montaggio sonoro ai costumi.

La serie, concepita da Lucas come un lungo percorso attraverso la storia e i personaggi che ne hanno determinato il corso, comprende 10 episodi in cui Indy bambino (Corey Carrier) viaggia per il mondo insieme alla sua famiglia, al seguito del padre impegnato in un tour di conferenze in giro per il globo, e 34 episodi in cui un Indy poco più che maggiorenne (Sean Patrick Flanery) vive le prime avventure della sua giovinezza, i tragici eventi della Prima Guerra Mondiale, la pace di Versailles e il ritorno negli States all’inizio degli anni ’20. Sul suo cammino Indy ha l’occasione di incontrare alcune tra le personalità più influenti del novecento: Sigmund Freud, Thomas Edison, Albert Schweitzer, Pablo Picasso, Norman Rockwell, Annie Besant, Nikos Kazatzakis, Sidney Bechet, Vladimir Lenin, Charles De Gaulle, Sean O’Casey, Theodore Roosevelt, George Patton, Bronislaw Malinowski, Lev Tolstoj, Ernest Hemingway, Pancho Villa, George Gershwin, T.E. Lawrence, Mustafa Kemal, Giacomo Puccini, Franz Kafka, Mata Hari. L’ultimo capitolo della serie, non per caso ambientato a Hollywood, si chiude mentre un giovane regista di film western, con un grande cappello in testa, dirige il nostro Indy sul set a cielo aperto della Monument Valley. Una investitura ed una eredità. Questione di cappelli, più che di meta-cinema.