Cronache dalla Laguna/3

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“Encarnacao do demonio” – Jose Mojica Marins (Fuori Concorso)

 

Ed eccoci al vero momento cult (meglio ancora stra-cult) dei giorni lagunari. La visione in sala grande di “Encarnacao do demonio”, a mezzanotte, con presenti in sala il sublime Ze de Caixao alias Coffin Joe, nonché il nostro amatissimo Conte reduce dal red carpet ha rappresentato un momento di quelli che i fortunati presenti potranno descrivere ai nipoti con orgoglio. Film esaltante e disturbante come pochi altri, questo terzo capitolo della trilogia horror brasiliana di Coffin Joe (a proposito, almeno 3 le trilogie che si sono chiuse quest’anno a Venezia: singolare coincidenza). Pellicola splendidamente girata, dalla dirompente forza visiva e dal fortissimo impatto splatter, eppure percorsa da alcune riflessioni sotterranee e profondissime sul senso stesso del cinema come “territorio” di mezzo tra presente e passato, tra bene e male, tra vita e morte. Visione per stomaci forti e palati raffinati. Ne riparleremo.

 

Voto: 8,5

 

“Shirin” – Abbas Kiarostami (Fuori Concorso)

 

Troppo radicale, troppo estremo, troppo complesso (nella sua assoluta, totale semplicità) per poterne parlare in poco spazio. Il cinema di Kiarostami è un cinema di idee applicate nella loro essenzialità al mezzo cinematografico. Con questo film declinato per intero al femminile, uno dei più coraggiosi e sperimentali di tutto il cinema degli ultimi anni, Kiarostami si spinge con la sua poetica molto oltre rispetto a quanto aveva fatto con i film precedenti. Il risultato è uno di quei film che dividono e che non possono mettere tutti d’accordo. Sicuramente il film più interessante tra tutti quelli visti. Anche qui: se ne riparlerà. Sperando in una degna distribuzione.

 

Voto: 9

 

“Vinyan” – Fabrice Du Welz (Fuori Concorso)

 

Film strano, credo non completamente riuscito. Racconta la storia di una coppia di coniugi europei che decide di mettersi alla ricerca del figlio scomparso durante uno tsunami nella giungla Thailandese. I due si renderanno protagonisti di una specie di discesa nell’incubo, man mano che le loro solide certezze occidentali cominceranno ad essere scalfite dalle ombre e dall’ipnotizzante presenza di una natura a loro ostile. A tratti bello, con alcune immagini che non si dimenticano. Alla lunga decisamente troppo ripetitivo.

 

Voto: 5,5

 

“L’autre” – Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic (Venezia 65 – In concorso)

 

Una delle più positive sorprese. Singolarissimo film, meritevole di attenzione soprattutto (se non soltanto) per quanto riguarda il suo aspetto puramente visivo (di fotografia e regia). Purtroppo un po’ carente sul piano della sceneggiatura: plot nebuloso e dal tono indeciso. La carenza però come dicevo può per certi versi essere compensata da un lavoro davvero accurato e creativo sulla composizione delle immagini, improntato sulla linea di una estrema libertà tecnica ed espressiva. Più video-arte che cinema-cinema. Ci è piaciuto comunque.

 

Voto: 8

 

Cronache dalla Laguna/2

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"Arcana" – Giulio Questi (Rassegna speciale "Questi fantasmi")

La visione in sala, a Venezia, di questo folle ed inquietante frammento disperso del cinema italiano è stato per quanto mi riguarda sicuramente uno dei momenti più alti di tutta la kermesse lagunare. Lodi sperticate al grande Tatti Sanguineti e a Sergio Toffetti per aver pensato di inserire anche questo titolo nella preziosa rassegna "Questi fantasmi". Dopo la proiezione a completare l’idillio alcune memorabili esternazioni dello stesso Questi ("un film che io stesso non ricordavo più di aver girato") e l’incommensurabile Enrico Ghezzi che ghezzeggiava fuori-sincrono sul concetto di (s)montaggio nel cinema di Kim Arcalli. Momenti irripetibili. Non potremo non dedicare un post a questa indimenticabile e sconvolgente visione/esperienza.

Voto: 8

"The Burning Plain" – Guillermo Arriaga (Venezia 65 – In concorso)

Una delle più solenni delusioni. Film monocorde, scialbo, statico e vuoto. Probabilmente anche presuntuoso. Una sola idea di sceneggiatura (nemmeno così originale e sviluppata senza troppa convinzione), regia col doppio freno a mano tirato, interpretazioni trattenute. Senso di pesantezza angosciante. Morale della favola: che gli sceneggiatori facciano gli sceneggiatori e i registi facciano i registi. Marco Muller in un fantasioso editoriale ha parlato di "film-treno" e "film-carro-di-campagna". Restando nella metafora dei trasporti questo potrebbe definirsi "film-a-dorso-di-mulo". Si guardava l’orologio ogni 5 minuti.

Voto: 4

"35 Rhums" – Claire Denis (Fuori Concorso)

Un vero peccato che questo piccolo film, delicato e composto, elegante e profondo, non sia stato inserito tra i film in concorso. Splendido nella sua semplicità, racconta una storia di integrazione e (dis)integrazione all’interno di una famiglia di origini congolesi trapiantata a Parigi. Davvero ottima ed intensissima l’interpretazione del protagonista maschile Alex Descas. Regia misurata dal pregevole tocco femminile. Una delle cose migliori viste. Felicissima sorpresa.

Voto: 8,5

“La rabbia di Pasolini” – Pier Paolo Pasolini (Rassegna speciale “Questi fantasmi”)

Ci vorrebbe ben altro spazio (e magari ben altro luogo) per affrontare l’analisi di un film problematico, ostico e spinoso come “La rabbia”. Problematico, ostico e spinoso già nel 1963, all’epoca della sua nascita, quando un manipolo di coraggiosi produttori propose a Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi l’idea di realizzare un singolare cine-documentario d’attualità socio-politica. I due registi lavorando su materiale d’archivio e cinegiornali dell’epoca avrebbero dovuto costruire una sorta di contraddittorio per immagini e parole, Pasolini proponendo il suo sguardo “da sinistra” e Guareschi “da destra”. La porzione di film realizzata da Pasolini poi sarebbe stata ulteriormente impreziosita dai commenti della “voce in prosa” di Giorgio Bassani e dalla “voce in poesia” (nonché dai dipinti) di Renato Guttuso. Nei giorni scorsi a Venezia è stata presentata una versione arricchita da frammenti inediti e restaurata della “Rabbia di Pasolini”. Tutto bene ma ,come si intuisce dal nuovo titolo, dal film originario è stata letteralmente espunta la parte che pertineva a Guareschi. Scelta a mio avviso sbagliatissima. Avremmo preferito vederla e farcene un’idea. Peccato.

Voto: s.v.

Cronache dalla Laguna/1

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Giunto al termine di una serie di memorabili giornate trascorse in Laguna ecco un primo succinto resoconto diviso in tre parti relativo alle molte visioni veneziane. Pellicole dal valore pericolosamente oscillante tra il pessimo (più di una) e l’esaltante (poche). I momenti da ricordare comunque non sono mancati. Ci divertiamo anche a dare un po’ di voti a caldo. Dei film più interessanti si riparlerà approfonditamente e con maggiore lucidità appena avremo smaltito la sbornia.

"Burn after reading" – Joel e Ethan Coen (Fuori Concorso – Film d’apertura)

Ci si aspettava poco dal ritorno dei fratelli Coen alla commedia dopo l’intenso drammone pulp di "No Country for old man". Forse troppo poco. Si paga ancora una volta il dazio ad un antico pregiudizio anti-commedia, forse. E invece l’ideale chiusura della coeniana "trilogia degli idioti" non è affatto un film da prendere sottogamba. Commedia ritmata, scritta e diretta benissimo, recitata con divertita disinvoltura da un cast variegato su cui troneggiano il grandissimo John Malkovich e la straordinaria Francis MacDormand. Acre humour nero e crani perforati. L’America non sarà un paese per vecchi ma è di certo un paese di splendidi imbecilli che in qualche modo provano a vincere la loro personale battaglia con l’esistenza. Risate naif e molto più "Fargo" di quanto ci si potrebbe aspettare. Decisamente gradito.

Voto: 7,5

 

“Jerichow” – Christian Petzold (Venezia 65 – in concorso)

 

Il primo film in concorso è quanto di peggio potesse essere scelto per aprire una rassegna di “arte” cinematografica degna di questo nome. Quando si dice partire con il piede giusto. Insulso fino all’inverosimile e di una inutilità esasperante. È’ la storia di un banalissimo triangolo amoroso nato in una tristissima località tedesca di nome, appunto, Jerichow. Lo abbiamo capito grazie alla provvidenziale lettura di un indirizzo scritto in blu su un camioncino bianco. E’ stato il momento di gran lunga più interessante di tutto il film. Pessimo.

 

Voto: 3

 

 

“Inju, la bete dans l’ombre” – Barbet Schroeder (Venezia 65 – in concorso)

 

Probabilmente il più difficile da valutare dei film in concorso visti. Noire zoppicante sui rapporti e sulle reciproche influenze che legano l’immaginario letterario-fictionale alla realtà fattuale. Ambientato in un oriente stilizzato e notturno, filtrato dagli occhi e dalla sensibilità occidentale. Uno scampolo di idea alla base quindi, in qualche modo, c’è.  Discorso e messa in scena dalle atmosfere umbratili vagamente cronenberghiane e qualche buon momento: soprattutto un iniziale film nel film dal sapore gore. Molti però i punti deboli: dalla fiacchissima interpretazione dell’attore protagonista (l’altrove bravo Benoît Magimel) ad una regia abbastanza piatta, per arrivare ad un finale che dice troppo e dice male. Appena sufficiente.

 

Voto: 6

 

 

“Monster X strikes back: attack the G8 summit!” – Minoru Kawasaki (Fuori concorso)

 

La prima di tre soddisfacenti visioni “off” di mezzanotte in sala grande. Il meglio viene quasi sempre “fuori orario”, anche in laguna. Un “kaiju eiga”: film di mostri, grossi possibilmente. E giapponesi. Curioso incrocio di  vintage con tanto di effetti speciali di cartapesta alla Riccardo Freda e satira politica in “Doctor Strangelove” style. Godibilissimo nella sua allegra e impavida demenzialità. Tra l’altro dovremmo essere fieri di come viene rappresentata la classe dirigente berlusconiana nelle terre del sol levante. E l’attore che interpreta il nostro glorioso premier da queste parti è già diventato un mito. Per appassionati del genere ma non solo.

 

Voto: 7

 

 

“Achille e la tartaruga” – Takeshi Kitano (Venezia 65 – in concorso)

 

C’era una grandissima curiosità per il ritorno di Kitano in laguna dopo le deludenti prove di regia delle sue ultime opere. Curiosità mista a preoccupazione. Si temeva il compimento estremo di quel suicidio artistico che lo stesso Kitano ha tenacemente cercato nella poetica dei suoi ultimi film. “Achille e la tartaruga” è invece un’opera che pur nella sua discontinuità in qualche modo ricollega la filmografia di “Beat Takeshi” ai suoi episodi artistici più felici (dal “Silenzio sul mare” a Kikujiro). Film complesso e ricchissimo di spunti di riflessione sulla affannosa ricerca dell’artista del perfetto istante di bellezza da catturare e racchiudere nella sua opera. Trasferimento di “pezzi” di realtà dentro il quadro astratto di un disegno a colori. Rincorsa, inseguimento, tentativo (faticosissimo) di colmare lo scarto spesso incolmabile che separa il vero dal bello. Ne riparleremo diffusamente.

 

Voto: 8