“My Son, My Son What Have Ye Done”

Per una volta vale la pena di concedersi una piccola digressione aneddotica. Sono passati due mesi e 6 giorni da quel giorno. Una di quelle giornate che non si dimenticano, che non si dimenticheranno. Herzog che presenta a Venezia addirittura due film. Mai visto, mai successo con nessun altro regista. Un risarcimento, nelle intenzioni di Marco Muller. E il secondo film è proprio quel film. La sera prima, increduli alla notizia dei primi rumors, condividiamo tra compagni di viaggio un febbrile entusiasmo e una gioia infantile. Il giorno dopo quel film è davvero lì, e sta per apparire come un fantasma di luce davanti ai nostri occhi. Werner è in sala, e per una incredibile coincidenza del destino è anche il suo compleanno. Gli cantiamo Happy Birthday, dear Werner e sappiamo che quel momento incredibile resterà come dilatato e santificato nella nostra memoria. Poi buio in sala. Telecamera fissa, l’immagine di un treno in corsa che sulla destra del fotogramma viaggia verso il nostro sguardo. Una chitarra messicana e il nome di David Lynch nei titoli di testa. Ora non ci sono più dubbi. Il film che sta cominciando è proprio quel film.
 

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Si potrebbe immaginare “My son, My son what have ye done” come il frutto di un matrimonio d’amore. Tra due delle più fertili menti creative del nostro tempo. Il pescatore e l’esploratore. Il meditatore trascendentale e l’instancabile camminatore. Il narratore di storie impossibili e il fotografo di immagini mai viste. Passaggi segreti e paesaggi alla fine del mondo. Quale potrebbe essere il frutto della intersezione tra l’universo Lynchano e quello Herzoghiano? La risposta è tutta dentro “My son, My son”. Addentrarsi fino ai confini estremi del suo mistero consente di andare alle radici dell’immaginario che lega Werner Herzog a David Lynch. Una vera esperienza di rivelazione e illuminazione. Quando ancora questo film era solo una voce nei notiziari di cinema, si era ventilata l’ipotesi di una co-regia. Così non è stato. Il film è un film scritto e diretto da Werner Herzog, ed è un film herzoghiano al 101%. Il ruolo di Lynch è stato però ugualmente fondamentale. Lynch ha dato a Herzog la possibilità di girare questo film nelle condizioni produttive ideali. Le location e il cast sono stati scelti insieme. E’ abbastanza evidente il tocco di David Lynch in scenografie, arredamento, pitture, illuminazione. In tutto quello che sta dentro e fuori la Flamingo House. Ma la cosa più interessante è la serie di corrispondenze interne, e profonde, tra due visioni del mondo/visioni del cinema estreme. Radicalmente sbilanciate nell’elogio della follia generatrice di febbricitanti visioni, tumultuosi moti interiori, accecanti verità estatiche.
 
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1) La quintessenza dell’umanità

Secondo Werner Herzog i nani sono la quintessenza dell’umanità. Un nano concentra in sé tutte le caratteristiche proprie di un essere umano. In un corpo menomato nelle sue dimensioni cattiveria, violenza, odio sono tanto accentuate quanto lo sono innocenza, delicatezza, stupore. Nel 1970 Werner Herzog gira “Anche i nani hanno cominciato da piccoli”, film tra i più estremi e disturbanti di tutta la sua filmografia. Un gruppo di nani, segregato all’interno di una specie di riformatorio, tenta una improbabile e surreale rivoluzione. Violenta, caotica, fondamentalmente stupida. Condannata al moto circolare perpetuo. Lynch in alcuni dei suoi film ha utilizzato, in seguito, dei nani. Anche in Lynch il nano ha quasi sempre una connotazione luciferina, maligna, inquietante. In “My son, My son” un nano fa la sua comparsa in coincidenza con l’esatto centro geografico del film, con il suo ombelico, con il suo momento di massima pregnanza espressiva. L’enorme tronco di una sequoia, un cavallo, un gallo, un nano, Brad Dourif, Michael Shannon e la voce di Caetano Veloso.
 

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2) Sospensione
 
L’ombelico del film, l’incandescente cuore fuso di “My son, My son what have ye done”, coincide anche con un mo(vi)mento di sospensione. Una zona della coscienza percettiva che mr. David Lynch conosce e frequenta da anni. L’immagine si cristallizza in un istante lunghissimo, dilatato all’infinito, stirato sulle note cantate da Caetano Veloso. Prima e dopo altri momenti in cui il progredire del film subisce come il contraccolpo di una visione troppo luminosa, che con il suo calore fonde i meccanismi di una normale progressione narrativa. Razzle Dazzle. Durante un pranzo dentro la Flamingo House i commensali si arrestano, ingessati in una posa innaturale, mentre un canto coranico introduce un’atmosfera di allucinato stridore. Successivamente, in un parco alla periferia di San Diego, Micheal Shannon è protagonista di un altro improvviso rallentamento. E nel finale, la magnifica stillness di un tramonto si protrae fino a raccontare, con la sola potenza della sua bellezza, tutto il senso del cinema herzoghiano. La potenza di una immagine mai vista, il contrasto tra immobilità e movimento, la densità dell’esperienza audiovisiva. Un canto mariachi suggella l’attraversamento del confine. Da San Diego a Tijuana. Lungo la border-line che separa verità e finzione, verità e follia.

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C’è la ricapitolazione di una intera filmografia in questo horror dell’anima, folgorante e coraggioso. Come qualcuno ha suggerito il terzo horror herzoghiano, dopo “Anche i nani hanno cominciato da piccoli” e il “Nosferatu”. Comunque il primo horror americano herzoghiano, di cultura americana intriso e impastato. Polemicamente scagliato contro un vuoto sincretismo relativista che sembra soltanto confondere gesti, rituali, dei. Che vede Dio dentro una lattina di farina di mais. E che intrappola in una bolla priva di senso e identità. “My son, my son what have ye done” in maniera singolare si connette con il primo film di Werner Herzog, quel lungometraggio datato 1968 e intitolato “Segni di vita”. In quel film, come in questo, la grecità con i suoi miti grondanti sanguinosa follia irrompe nella vita dei protagonisti. Stroszek e Brad McCullum deragliano rispetto alla linea di quello che è considerato “normale” e “giusto” quando il loro vissuto collide contro qualcosa di ancestrale e misterioso in grado di scuotere la loro psiche di rabdomanti alla ricerca della verità. Stroszek, sull’isola di Kos, comprende l’orrore e la stupidità della guerra che sta combattendo quando la visione infinita di una serie di mulini a vento roteanti lo fa emergere dal torpore in cui versava. Brad, morbosamente attratto dalle vicende narrate nell’Elettra di Sofocle, inscena l’omicidio di sua madre dopo aver interpretato quel ruolo su un palcoscenico. Nel personaggio di Brad McCullum ricorrono tutti i topoi di febbricitante follia, indomita volontà, stolida visione e titanica grandezza propri dei grandi “diversi” herzoghiani: Fitzcarraldo, Aguirre, Kaspar Hauser. Brad come Kaspar arriva a parlare una propria lingua, servendosi di un proprio codice di decrittazione linguistica e di simbolismi oscuri, frutto di una complessa stratificazione mitopoietica e teologica. Il suo canone comunicativo (e con esso la colonna sonora che Herzog ha scelto per questo film) è ebbro di una luce accecante, distorto dalla devastante potenza di una rivelazione ultima. La sua verità estatica si manifesta nel luogo che è più di tutti il vero sacred ground herzoghiano: la foresta pluviale del Perù. In Brad (personaggi basato su una storia realmente accaduta) sopravvivono le anime di molti altri eroi della non-fictionalità herzoghiana: Carlo Gesualdo, Fini Straubinger, Timothy Treadwell. Nel cast si materializza la singolare commistione di figure e presenze lynchane (Grace Zabriskie) con personaggi e volti usciti dal cinema herzoghiano (i grandissimi Udo Kier e Brad Dourif, ennesimi valori aggiunti nel poderoso patchwork di facce, corpi, volti, sguardi di questo film).

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Nessun dubbio che “My son, My son what have ye done” sia per quanto mi riguarda la visione dell’anno. Possiede tutto quello che un grande film dovrebbe possedere. In ogni suo fotogramma rivela l’impronta del suo artefice. Vibra come un tuono, acceca come un lampo di cinema nella sua purezza più cristallina. Thanks, Werner for being out there.
 
[*****]
 
Scheda IMDB

Venezia – conferenza stampa: parte 1parte 2parte 3
Herzog su “My Son, My Son”- Toronto: parte 1parte 2

Cartoline dalla Laguna

“Lebanon”

 


 

Lo scorso settembre al termine della proiezione in sala grande a Venezia di “Lebanon” seguirono corposi ed entusiasti applausi. Non il solito sostegno che si riserva bene o male a tutti i film proiettati, il solito applauso di incoraggiamento e ringraziamento. Qualcosa di più. Qualcosa di convinto e spontaneo, che lasciò subito presagire l’idea che al film di Maoz sarebbe andato un premio importante. “Lebanon” è un film che scuote. E che frantuma le aspettative che vogliono il cinema medio-orientale prigioniero delle già viste e anguste esiguità produttive. “Lebanon” è un film potente e ricco, molto complesso sul piano stilistico e densissimo di materiale ad uso dei semiologi del cinema. La guerra come esperienza di distorsione percettiva, di claustrofobica e solipsistica separazione dal mondo, in grado di corrodere il vissuto neuro-sensoriale del soldato/spettatore/attore. Molteplici le implicazioni teoriche in un film che costruisce buona parte della sua originalità facendo coincidere il suo cine-occhio con il mirino di un carrarmato. Tante le suggestioni cinematografiche interne alla metafora di un cinema-macchina in movimento che uccide e che filma la morte al lavoro. L’elemento che colpisce di più è però l’intensità vibrante con cui Samuel Maoz sostiene il suo film. Figlia probabilmente della decisiva esperienza di guerra dello stesso Maoz nel lontano 1982. Ferite che attraverso il cinema cercano una qualche forma di catarsi, o terapia. Maoz, come altri registi “soldato” prima di lui, è riuscito ad emergere con un grande film da questa fondamentale sfida con se stesso e con il proprio passato. Leone d’oro meritato.

 

[**** ½]

 

“Capitalism: a love story”

 

Si può amare o odiare il cinema di Micheal Moore. Personalmente mi ritengo più vicino al secondo dei due poli. A Moore non si può non riconoscere però, comunque la si pensi, oltre al fatto di saper fare benissimo il suo lavoro, una certa necessarietà. Il suo cinema documentaristico è necessario, oltre che utile e ben costruito. E “Capitalism” tra tutti i suoi ultimi lavori sembra quello più coerente e riuscito. Perché lancia i suoi strali per una volta non soltanto contro l’amministrazione Bush, ma anche contro tutta la trasversalità politica che in America negli ultimi anni ha concesso alle banche e ai potentati economici di sovvertire ogni barlume di regola nella finanza globale. Il vero potere negli States è da anni nelle mani dell’alta finanza. Wall street è la sede dove si decidono le sorti dell’economia mondiale, e la Casa Bianca non è che una sua succursale. Così è stato per anni. Difficile ma non impossibile che le cose possano cambiare. Anche per Moore l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti sembra aver aperto le porte ad un nuovo corso di speranza e cambiamento. Nell’attesa che qualcosa possa cambiare davvero, Moore cinge in assedio con la sua telecamera il fortino dove sono accumulati i milioni di dollari sottratti dalle banche a migliaia di famiglie americane. E ci invita a fare, tutti, la nostra parte.

 

[****]

 

“Diary of the dead”/ “Survival of the dead”

 

Altrove si è avuto modo di parlare su queste pagine della estrema rilevanza che la saga degli zombie romeriani riveste all’interno della storia del cinema di tutti i tempi. La sensazione è che Romero, chiuso un primo memorabile trittico, con “La terra dei morti viventi” abbia aperto un nuovo percorso. Inscrivendo la metafora dei suoi zombi nel contesto del nuovo millennio post-11 Settembre, e centrando, con quel film, subito il bersaglio. Con “Diary of the dead”, film del 2007, che con ritardo biblico giunge solo in questi giorni in alcune, selezionatissime sale del nostro paese, il discorso di progressivo update della saga romeriana prosegue. Inglobando al suo interno il ruolo dei nuovi media, vero fulcro di un film continuamente frammentato su schermi di ogni tipo. La mass-medializzazione collettiva, il poter girare ognuno il suo film grazie agli strumenti messi a disposizione della tecnologia, offre a Romero l’opportunità di ricollegare questo suo film al primo capitolo della saga. In “Diary of the dead” un gruppo di studenti di cinema cerca di girare un film horror a basso costo, sfruttando le potenzialità delle riprese digitali. Il tutto ricorda le circostanze in cui venne alla luce, nel lontano 1948, “La notte dei morti viventi”: diversi mezzi, ma identico lo spirito. Un esperimento riuscito, originale e avvincente. Interessante, sul piano teorico, almeno quanto (se non di più) il molto più considerato “Cloverfield”. Ben diverso, almeno a mio parere, il discorso per “Survival of the dead”, visto due mesi fa a Venezia. A fine visione il film ha lasciato persino i romeriani più convinti con l’amarissima sensazione di un totale buco nell’acqua. Sembra che il film sia stato girato con pochi soldi, poche idee e pochissimo entusiasmo. Che Romero abbia volutamente realizzato un film di così basso profilo? Il dibattito è più che mai aperto.

 

“Diary of the dead” [****]

“Survival of the dead” [**]

“The Informant!”



Steven Soderbergh dopo le fatiche cubane del mastodontico film sul Che deve essersi sentito particolarmente stanco. Nel fisico, soprattutto. E c’è da capirlo. Tanto sfinito da avvertire la necessità fisiologica di riposare le stanche membra con un film, come "The informant!", che ha nel punto esclamativo del titolo il suo più elevato picco di eccitazione. "The informant!" è un film da camera in tutti i sensi. Costruisce l’intera sua fortuna sulla parola e sulla mimica di Matt Damon, che peraltro (va detto) offre una ottima interpretazione. Oltre a questo non c’è molto altro negli interni di "The informant!". L’elemento che forse funziona di meno in questo film è con ogni probabilità anche il suo elemento più interessante e decisivo: la sceneggiatura. Senza dubbio in grado di incuriosire, ma a mio parere difficilmente in grado di "tenere" per tutte le quasi due ore del film. Il film procede, a mò di valanga, per accumulazione, senza tuttavia mai sforzarsi di introdurre elementi di variazione e novità dentro la sua struttura narrativa, che scivola via in modo piuttosto piatto e monocorde fino al (poco incisivo) finale. E Matt Damon, a differenza di quanto si è letto in giro, offre una interpretazione convincente ma del tutto in linea con molte altre della sua carriera, già vista e ancora una volta incastrata dentro lo stereotipo del simulator ac dissimulator. A Venezia surclassato sul piano del ritmo e della brillantezza dal gradevolissimo film del compagno di merende George Clooney, che con "The men who stare at goats" del semi-esordiente Grant Heslow, ha comunque riscattato i destini della banda di Ocean.

[***]

“Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans”

 

 

E’ abbastanza difficile partorire una valutazione equilibrata di un film come “Bad Liutenant – Port of call: New Orleans”. Difficile e, con tutta probabilità, inutile. Può essere invece molto più utile e interessante marcare qualche punto fermo relativo alla sua genesi. Werner Herzog, che da qualche anno vive stabilmente negli States e che ha sposato una statunitense, con questo film ha voluto sperimentare l’ennesima avventura/diversione del suo cinema erratico: il viaggio dentro il cinema “commerciale” e “di genere” americano. Un divertissement, un mettersi alla prova in qualcosa che raramente nella filmografia del regista bavarese aveva avuto prima diritto di cittadinanza: la realizzazione di un film pensato per la grossa distribuzione, che avesse tutte le carte in regola per poter raggiungere la più ampia fetta di pubblico. Fin qui le motivazioni “artistiche”. E’ noto poi che dietro l’operazione “Bad Liutenant” c’è stata, da parte della produzione e del regista, la volontà di recuperare almeno una parte dei soldi investiti per la realizzazione di un altro film (che preferiamo non nominare). Herzog si è trovato a lavorare per “Bad Liutenant” su una sceneggiatura non sua (caso rarissimo nella sua storia di cineasta), per giunta dovendo affrontare da subito la grana Abel Ferrara, rabid dog in preda alla furia omicida incazzato nero per essersi visto profanare il suo Cattivo Tenente. A questo proposito conviene chiarire subito un concetto: il film di Herzog non è un remake del film di Ferrara. Addirittura Werner ha affermato di non aver mai nemmeno visto il film di Abel. Quella di Herzog è piuttosto la rilettura di un personaggio, che trae spunto da alcuni elementi del film di Ferrara, li trasferisce dentro cornici e contesti radicalmente diversi e sviluppa su questi un discorso che nulla (o pochissimo) ha in comune con l’opera di Ferrara. Durante la conferenza stampa di presentazione del film sono emersi particolari decisivi relativi alla visione che Werner Herzog ha di questo suo film. Werner considera il suo Bad Liutenant un film noire. A suo dire il noire è un genere cinematografico figlio di momenti di particolare incertezza sociale ed instabilità economica. Herzog ha raccontato che solo pochi giorni dopo la fine delle riprese del film si verificò il terremoto dei colossi di Wall Street che tutti ricordiamo, e secondo lui la presenza minacciosa di questo scenario di apocalisse incombente deve avere in qualche modo influenzato l’umore e il tono del film. Altro elemento di grande interesse è la scelta di girare il film nella New Orleans post-uragano Katryna. New  Orleans è la vera protagonista del film di Herzog, a partire dal titolo: la sua aura magica e allucinata pervade tutto il film, e la sua musicalità sciamanica rappresenta il binario morto lungo cui si muove la bizzarra parabola autodistruttiva del tenente Cage. Il sogno di un pesce, la visione di un febbricitante, segnata dalla presenza di alcune memorabili unghiate herzoghiane. Su tutte la marmorea ed esilarante stupidità di una iguana ripresa a distanza super-ravvicinata con una fibra ottica.

 

[*** ½]

My Werner, My Werner, What Have Ye Done

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[Play soundtrack]

"Anni fa stavo cercando il gallo più grande che potessi trovare e ho sentito di un tizio a Petaluma, in California, che possedeva un gallo di più di tredici chili, chiamato Weirdo. Purtroppo Weirdo era morto, ma i suoi figli erano ancora vivi ed erano anche più grossi. Mi sono recato sul posto e ho trovato Ralph, figlio di Weirdo, che pesava incredibilmente quattordici chili e mezzo! Poi ho trovato Frank, una speciale razza di cavallo in miniatura, alto meno di sessanta centimetri. Ho detto al proprietario di Frank che volevo riprendere Ralph mentre inseguiva Frank – quest’ultimo con un nano in groppa – intorno alla più grande sequoia del mondo, trenta metri di circonferenza. Sarebbe stato stupefacente perchè il cavallo e il nano insieme sarebbero stati comunque più bassi di Frank, il gallo. Ma sfortunatamente il proprietario di Frank ha rifiutato. Ha detto che la cosa avrebbe fatto sembrare stupido Frank."

Werner Herzog, Incontri alla fine del mondo – conversazioni tra cinema e vita, a cura di Paul Cronin, Ed. Minimum Fax