“Two lovers”

Sarebbe interessante accostare "Two Lovers" di James Gray alle "Notti Bianche" di Visconti in una visione unica, senza soluzione di continuità. Ne verrebbe fuori un corto-circuito spazio-temporale in grado generare correnti alternate di senso e improvvisi  lampi di illuminazione. Visconti scelse di ambientare le sue notti bianche in una Livorno ricostruita in studio, di cartapesta. Palesemente finta, teatrale, scenografica, estetizzante. Gray ha compiuto il medesimo spostamento di linee di forza, scegliendo di far vivere il suo film dentro una sorta di altrettanto "sospesa" intercapedine cinematografica. Della San Pietroburgo di Dostoevskij, nella Grande Mela di James Gray (che nella sua perfetta regia in certi passaggi "di interni" sembra ricordare l’intimismo  dell’Allen più autunnale di film come "Interiors", "Settembre" o "Un’altra donna"), residuano solamente gli echi di un cinema (lontano) costantemente percepito nella sua dimensione di nostalgico sogno interrotto (o decaduto). E tutto "Two lovers" si trova a fluttuare dentro una specie di bolla di malinconia cinematografica. Il riciclo di un immaginario  abbondantemente usurato da decenni di visioni sovrapposte passa attraverso l’utilizzo di luoghi spaziali (la rear window hitchcockiana o il "ponte" di comunicazioni wire-less che intersecano tutto il film) e mentali (l’epifania musicale di Henry Mancini e della sua "Lujon", partitura ormai consunta da anni di sovraesposizione mediatica pubblicitaria) passati e qui riproposti dentro una cornice che tende a svuotarli della loro grandeur primigenia, per farne quasi dei non-luoghi, abitati dalla solitudine e della malinconia. La Livorno viscontiana e lo spazio-cinema in cui si muove il film di James Gray possono (in una visione che mescola sociologia e semiotica cinematografica) leggersi come potenziali esempi di "non-luoghi" cinematografici, frutto della duplice condizione di sradicamento e solitudine caratteristica (secondo l’antropologo Marc Augè) della sub-modernità del nostro tempo (quindi forse solamente intuita nel testo viscontiano). Se la Livorno di Luchino Visconti non è un luogo in senso stretto, le strade perdute percorse da Joaquin Phoenix in "Two Lovers" sono un non-luogo cinematografico in senso pieno. Tutto il cinema contenuto (in forma di fantasma, di suggestione o di ricordo) in "Two Lovers" rende quindi ancora più drammatica la dimensione esistenziale di Joaquin Phoenix. Condannato alla solitudine, e incastrato dentro un melodramma (o un immaginario, o una immagine) che di quella solitudine è sfondo e cornice perfetta, erosa dal tempo e dalle benzodiazepine.

[****]