“Midnight in Paris”

Per  Woody Allen l’Europa è qualcosa di più di un luogo geografico. E’ un mood, un’idea, una divagazione. Una grande cartolina illustrata popolata da infinite “proiezioni” (Fellini, Bergman, Bunuel) che affondano le loro radici in terreni di cultura stratificati in secoli di storia: la grande matrice della tragedia greca e il riferimento centrale della letteratura russa in primis. Dopo il sole di Barcellona (“Vicky Cristina Barcelona”) e il grigiore londinese (“Match Point”, “Sogni e delitti”, “You will meet a tall dark stranger”), e prima che sia la volta della città eterna, tocca alla Ville Lumiere. La Parigi immaginata da Allen è una città notturna, romantica, un po’ patinata nella riproposizione di qualche abusata veduta turistica. E’ però soprattutto il luogo dove si materializzano incontri ideali con spiriti illustri, appartenuti al passato ma ancora vivi nella memoria di chi ne ammira le opere: Scott Fitzgerald, Hemingway, Picasso, Gertrude Stein. Ogni fantasma è genius loci, testimonianza parlante di un glorioso ed eccitante vissuto metropolitano, monumento al grande momento della Parigi degli anni ’20 o della Belle Epoque. Tra i tanti incontri illustri il più memorabile è quello con la coppia surrealista Dalì – Bunuel, colmo di affettuosa riconoscenza verso la visionarietà dell’uno e la sovversiva potenza registica del secondo. A distanza di molti anni dalla leggendaria materializzazione di Humphrey Bogart (“Provaci ancora Sam”) o del (con)fondersi di piani dentro e fuori lo schermo (“La Rosa Purpurea del Cairo”), Allen torna ad utilizzare lo stilema caro al suo cinema dell’inserimento di personaggi appartenenti a contesti o immaginari “altri” dentro le trame dei suoi film. Fatta salva una morale di fondo su cui riflettere (quando siamo insoddisfatti del nostro presente troveremo sempre un passato in cui rifugiarci) questo gustoso espediente narrativo costituisce il principale motivo di interesse ed apprezzamento per un film che, altrimenti, sarebbe risultato abbastanza povero. La pecca principale dell’ultimissimo Allen sta forse proprio nell’arma che ha fatto grande il suo cinema: la scrittura dei dialoghi sembra molto lontana dalla brillantezza e dalla freschezza dei tempi migliori, e appare opaca e appesantita da qualche tempo morto di troppo. In attesa di “Nero Fiddled”, in cui Woody (e non è notizia da poco) tornerà ad apparire anche davanti alla macchina da presa, per questo appuntamento annuale con il cinema Alleniano ci possiamo ritenere quindi moderatamente soddisfatti. Consapevoli che, come ad un vaccino salvavita, alla dose annuale di allenianità non si può e non si deve rinunciare. Comunque.

[*** ½]