Cronache dalla Laguna/1

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Giunto al termine di una serie di memorabili giornate trascorse in Laguna ecco un primo succinto resoconto diviso in tre parti relativo alle molte visioni veneziane. Pellicole dal valore pericolosamente oscillante tra il pessimo (più di una) e l’esaltante (poche). I momenti da ricordare comunque non sono mancati. Ci divertiamo anche a dare un po’ di voti a caldo. Dei film più interessanti si riparlerà approfonditamente e con maggiore lucidità appena avremo smaltito la sbornia.

"Burn after reading" – Joel e Ethan Coen (Fuori Concorso – Film d’apertura)

Ci si aspettava poco dal ritorno dei fratelli Coen alla commedia dopo l’intenso drammone pulp di "No Country for old man". Forse troppo poco. Si paga ancora una volta il dazio ad un antico pregiudizio anti-commedia, forse. E invece l’ideale chiusura della coeniana "trilogia degli idioti" non è affatto un film da prendere sottogamba. Commedia ritmata, scritta e diretta benissimo, recitata con divertita disinvoltura da un cast variegato su cui troneggiano il grandissimo John Malkovich e la straordinaria Francis MacDormand. Acre humour nero e crani perforati. L’America non sarà un paese per vecchi ma è di certo un paese di splendidi imbecilli che in qualche modo provano a vincere la loro personale battaglia con l’esistenza. Risate naif e molto più "Fargo" di quanto ci si potrebbe aspettare. Decisamente gradito.

Voto: 7,5

 

“Jerichow” – Christian Petzold (Venezia 65 – in concorso)

 

Il primo film in concorso è quanto di peggio potesse essere scelto per aprire una rassegna di “arte” cinematografica degna di questo nome. Quando si dice partire con il piede giusto. Insulso fino all’inverosimile e di una inutilità esasperante. È’ la storia di un banalissimo triangolo amoroso nato in una tristissima località tedesca di nome, appunto, Jerichow. Lo abbiamo capito grazie alla provvidenziale lettura di un indirizzo scritto in blu su un camioncino bianco. E’ stato il momento di gran lunga più interessante di tutto il film. Pessimo.

 

Voto: 3

 

 

“Inju, la bete dans l’ombre” – Barbet Schroeder (Venezia 65 – in concorso)

 

Probabilmente il più difficile da valutare dei film in concorso visti. Noire zoppicante sui rapporti e sulle reciproche influenze che legano l’immaginario letterario-fictionale alla realtà fattuale. Ambientato in un oriente stilizzato e notturno, filtrato dagli occhi e dalla sensibilità occidentale. Uno scampolo di idea alla base quindi, in qualche modo, c’è.  Discorso e messa in scena dalle atmosfere umbratili vagamente cronenberghiane e qualche buon momento: soprattutto un iniziale film nel film dal sapore gore. Molti però i punti deboli: dalla fiacchissima interpretazione dell’attore protagonista (l’altrove bravo Benoît Magimel) ad una regia abbastanza piatta, per arrivare ad un finale che dice troppo e dice male. Appena sufficiente.

 

Voto: 6

 

 

“Monster X strikes back: attack the G8 summit!” – Minoru Kawasaki (Fuori concorso)

 

La prima di tre soddisfacenti visioni “off” di mezzanotte in sala grande. Il meglio viene quasi sempre “fuori orario”, anche in laguna. Un “kaiju eiga”: film di mostri, grossi possibilmente. E giapponesi. Curioso incrocio di  vintage con tanto di effetti speciali di cartapesta alla Riccardo Freda e satira politica in “Doctor Strangelove” style. Godibilissimo nella sua allegra e impavida demenzialità. Tra l’altro dovremmo essere fieri di come viene rappresentata la classe dirigente berlusconiana nelle terre del sol levante. E l’attore che interpreta il nostro glorioso premier da queste parti è già diventato un mito. Per appassionati del genere ma non solo.

 

Voto: 7

 

 

“Achille e la tartaruga” – Takeshi Kitano (Venezia 65 – in concorso)

 

C’era una grandissima curiosità per il ritorno di Kitano in laguna dopo le deludenti prove di regia delle sue ultime opere. Curiosità mista a preoccupazione. Si temeva il compimento estremo di quel suicidio artistico che lo stesso Kitano ha tenacemente cercato nella poetica dei suoi ultimi film. “Achille e la tartaruga” è invece un’opera che pur nella sua discontinuità in qualche modo ricollega la filmografia di “Beat Takeshi” ai suoi episodi artistici più felici (dal “Silenzio sul mare” a Kikujiro). Film complesso e ricchissimo di spunti di riflessione sulla affannosa ricerca dell’artista del perfetto istante di bellezza da catturare e racchiudere nella sua opera. Trasferimento di “pezzi” di realtà dentro il quadro astratto di un disegno a colori. Rincorsa, inseguimento, tentativo (faticosissimo) di colmare lo scarto spesso incolmabile che separa il vero dal bello. Ne riparleremo diffusamente.

 

Voto: 8

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Double Beat Takeshi

In attesa del ritorno in laguna del grande “Beat” Takeshi Kitano con il suo “Achille e la tartaruga” una essenziale rispolverata a due suoi piccoli (grandi) capolavori scolpiti in immobilità e silenzi, intrecciati tra loro dal filo conduttore comune del mare. Abisso di solitudini e di morte, luogo di autodistruzione e palingenesi. “Il silenzio sul mare” è appunto la pellicola che per prima ha fatto conoscere lo straordinario talento visivo di Kitano al pubblico dei Festival internazionali. Opera di rarefatta bellezza, racconta un’assenza di comunicazione verbale in grado di caricare di senso e di necessità ogni gesto e ogni sguardo. Azione sublimata attraverso la bressoniana fissità dell’immagine in puro distillato di emozione. La stessa compostezza, la stessa delicatezza di tocco quasi naif si ritrova, insanguinata da improvvisi scoppi di brutale violenza ed erosa da un cupo senso di morte, in “Sonatine”. Uno dei migliori gangster movie del cinema di tutti i tempi, in bilico sullo stretto cordone che separa la tragedia dalla commedia come molta parte del cinema di questo cineasta. Una inesorabile, composta marcia di avvicinamento alla morte, non priva di momenti di spiazzante humor nero e impreziosita da alcune geniali “Kitanate”. Forse in questi due film (e nei di poco successivi “Hana-Bi” e “L’estate di Kikujiro”) l’apice di una filmografia che a detta di molti negli ultimi tempi sembra essersi un pochino persa per strada alla ricerca di nuove vie. Noi comunque da queste parti siamo fiduciosi: un paradosso di Zenone in salsa Beat difficilmente potrà lasciarci indifferenti. Ne siamo certi. Con tale fervida speranza nel cuore “Cinedrome” si ferma per una settimana. Settimana lagunare e con tutta probabilità intensamente cinefila. Non promettiamo aggiornamenti in tempo reale circa le cronache festivaliere, per i quali invece rimando i lettori di Cinedrome interessati qui e qui. La redazione di questo blog sarà a tutti gli effetti in vacanza per almeno sette giorni, ma al ritorno di certo ci sarà tempo e modo per lanciarsi in appassionate riflessioni circa la selezione lagunare. “Estote parati”. Saluti, e ci rivediamo a Settembre.